Cartellino giallo che cammina
Luglio 16, 2009

Quello libero, sano, incensurato e non socialmente pericoloso sono io.
Già, quello che avete visto aggirarsi tra voi giovedì scorso, attaccato dietro al cartellino giallo del ministero: VISITATORE c’è scritto. Come in un museo, evidentemente c’è qualcosa di interessante da vedere. Voi. Quelli internati, malati e socialmente pericolosi.
Voi siete tanti, troppi per me. E forse anche per voi. La legge dice che dovreste essere di meno (la metà), ma voi ci siete tutti comunque. Dice anche che siete colpevoli e infatti ci siete, lì dentro. Allora la legge funziona, ma non sempre. Già.
Siete pericolosi più di me dicono, e mi sa che è vero. Ma a commentare la Scrittura siete più lucidi di molti dotti, forse che siete quei piccoli a cui si è rivelato? Lui in fondo era uno di voi, incarcerato e condannato. Condannato a morte.
Voi poveri di soldi, di vita sembra ma ricchi di tempo disponibile da vivere. In cella come monaci, con orari da rispettare e legati a un luogo fisso. Avete anche il chiostro, di cemento alto e grigio, ma il cielo che c’è sopra è azzurro come quello delle valli. L’orizzonte non lo vedete, vedete muri. Vi è difficile pensare in alto e in lungo, immaginare l’infinito, progettare un domani che è già deciso oggi da altri.
Vivete di regole, e a noi dicono che essere liberi è poter fare ciò che vuoi, non avere regole.
E così ci ingannano.
Una vocale che ci frega. Vuoi essere libero DI? Quando il punto è essere libero DA. Dalla schiavitù del potere, del denaro, del prestigio, del dominio, della rabbia, delle sostanze, e da tutto ciò che ti rende meno umano, e fa della tua vita una foto da prima pagina (cronaca nera) invece che un’opera d’arte.
Allora forse VISITATORE sul mio cartellino da museo andava bene, forse voi siete lì nelle vostre celle da monaci per cercare di far diventare la vostra vita un’opera d’arte.
Potreste mettere un bel pannello all’entrata, dove danno i cartellini:
- MUSEO PROSSIMA APERTURA -
qui si cambiano ritagli di giornale in opere d’arte
– WORK IN PROGRESS -
Diversi sì, siete diversi. L’uno dall’altro e da me soprattutto. Io sono fuori.
Per entrare prendo il mio cartellino da ammonito, non ho una cella, posso andare dove voglio e fare quello che voglio. Prova a chiedere, tanto non ho mai tempo.
Per ragioni diverse, cammino un po’ avanti e un po’ indietro come voi. Che la ragione dicono abbiate perso.
———
Per sapere qualcosina in più:
- lo spettacolo del laboratorio teatrale dell’OPG di Reggio Emilia: Sulle ali della follia
- OPG: regolamentazione
- TSO: descrizione
Buonasera Arnoldo…
Luglio 2, 2009

Voce di 93enne a Reggio, non vuole applausi ma un amichevole “Buonasera Arnoldo”… e comincia a parlar così…
1 Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
2 Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Arnoldo Foà al Mauriziano (RE), 01/07/09
Cosa abbiamo a che fare col Giappone?
Maggio 8, 2009
Della generazione che attorno a New York trasformò la Pop Art in un fenomeno mondiale, Andy Warhol è sicuramente l’artista più incisivo e vivo. Rauschenberg in fondo fu soprattutto un esperto di eleganze nate dalla sublimazione delle ricerche di Kurt Schwitters. Jasper Johns un vate della promozione e di una pittura a olio ormai con un sapore di patinata obsolescenza. Ma lui, Andy, rimane fresco come alla prima ora. E lo è per un motivo che dovrebbe interessare chiunque si trovi a esprimere opinioni sull’arte storica come su quella attuale: le sue immagini, all’apparenza così immediate da potere apparire effimere, sono invece riassunti coscienti del mondo nel quale si trovò a vivere. Autentiche testimonianze. Quando fra due secoli si dovrà esprimere un giudizio sugli Stati Uniti del secondo dopoguerra basterà sommarle per ottenere una equazione: USA = Campbell soup + Marilyn + Car crash + sedia elettrica + Jackie + Mao.
Quest’ultimo non ha ovviamente nessuna valenza propagandistica per qualche ipotesi di rivoluzione ma è solo l’emblema massimo d’una versione moderna del mito della personalità. Gli artisti non allineati del Village si trovarono a porsela, la questione del rapporto fra il loro fare e la richiesta di partecipazione alle sorti della nazione. E risposero secondo il loro carattere personale. Esattamente come succedeva in Europa dove nessuno si trovò più ad accettare una relazione con il potere politico: al contrario, chi faceva arte, dagli anni dal situazionismo in poi usò le proprie energie creative solo per la critica se non addirittura per l’opposizione. Il clima di un’arte volta solo all’estetica si stava esaurendo negli ultimi cromatismi dell’Informale, e il potere – se si esclude la passione della signora Claude Pompidou per le strisce di Daniel Buren che fece mettere all’Eliseo per prepararlo ai nuovi arredi di design – abbandonò l’antica tradizione di addobbarsi con il meglio della creatività artistica. Forse iniziava allora un periodo nel quale il potere rinunciava a ogni tipo di creatività.
Siamo ormai giapponesi da un secolo e mezzo esattamente, almeno nel modo di vedere e di immaginare. Lo siamo da cinquant’anni nell’ascolto delle radioline e dell’alta fedeltà, e da pochi decenni se guardiamo alle automobili che girano per strada. Col Giappone imperiale l’Italia fu tristemente alleata e l’America in guerra. Il fungo atomico della grande paura moderna s’è per la prima volta innalzato lì. Eppure il Sol Levante rappresenta oggi ancora un luogo di curiosa alternativa al nostro modo di vedere. Loro ci depredano il tonno nel Mediterraneo, lo ingrassano e lo sacrificano ad alto prezzo per quei sushi che mangiamo volentieri anche dalle parti nostre. I nostri architetti costruiscono da loro, i loro “da noi”. Ci scambiamo designer e stilisti. Abbiamo letto i loro romanzi e loro ci forniscono eccellenti pianisti e direttori d’orchestra. L’Occidente ha offerto loro occasioni eccellenti per i commerci e trappole letali per il risparmio. Hanno comprato il Rockefeller Center e pagato poi la parte principale per il conto economico della prima guerra del Golfo. Siamo parenti stretti, nelle università e nelle borse. Il segno della loro calligrafia ha contribuito non poco alla nostra ricerca del gesto nell’astrazione visiva. La concettualità di Gutai ha mutato la nostra concettualità già negli anni Cinquanta. Eppure non sappiamo quasi nulla dello spirito profondo che li anima, e loro ben poco di noi.
Non è male riflettere… in un momento così particolare come quello che stiamo vivendo, quando dopo un decennio in cui si è creduto in una globalizzazione definitiva ci si è accorti invece, da pochi mesi, che il percorso sarà ben più complesso, che le identità del mondo andranno invece verso un consolidamento utile ai confronti. La crisi mondiale finirà pure per passare e ci troveremo dinnanzi a un panorama sostanzialmente mutato, negli equilibri e nelle prospettive. È tanto più utile prepararsi, informarsi e ricercare.
Philippe Daverio
La Poesia
Aprile 17, 2009
Il valore dell’inutile
Novembre 18, 2008
Murales? – Vandalismo? No, si tratte dell’inutile. La capacità di aggiungere arte dove l’arte è superflua e inutile come su di un silos di Ancona. I dettagli gratuiti e inutili che testimoniano una prospettiva altra nel guardare la vita. Anche nella cosa più tecnica e funzionale che di poesia non odora, come un silos. L’artista, thanks to Annalisa, è Blu – blublu.org .
