Il regista di matrimoni…
Novembre 1, 2009

A corto d’ispirazione, un maestro del cinema impegnato nell’ennesima trasposizione dei Promessi sposi approda in Sicilia per trovare un po’ di pace. Incontra un mestierante che vive filmando cerimonie e tramite lui accetta di dirigere il film delle nozze di Bona, principessa triste. Se ne innamora al primo incontro, ricambiato. Peccato che il padre della sposa, sull’orlo della bancarotta, l’abbia promessa a un ricco notaio e quindi non veda la cosa di buon occhio.
Immagini che restituiscono costantemente i moti dell’anima e che fanno la differenza rispetto al mediocre cinema che circola. Merito, inutile dirlo, anche della bravura di Sergio Castellitto, passionale, toccante, quasi muto. E del fatto che il film parla di noi più di quanto siamo disposti ad ammettere.
cinematografo.it
Le perle:
i dialoghi appasionati col regista morto apparente Smamma, in riva al mare…
le timide parole in tedesco sussurrate ai cani…
sono i morti che comandano… o forse no…
Domestica follia…
Settembre 17, 2009

SCACCO PAZZO – Al Reggio Film Festival viene Haber in persona a presentare il suo film, tratto da un suo spettacolo teatrale. Film molto interessante. Quindi la casa di produzione è fallita prima di distribuirlo, e di locandine e trailer non se ne è fatto nulla. Le sale non l’hanno preso, raiskymediaset non l’han comprato. In DVD non si trova.
Ti interessa? Telefona direttamente ad Alessandro che te lo masterizza e te ne manda una copia a casa!!
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La storia è quella di due fratelli, Valerio e Antonio, che vivono un rapporto abbastanza particolare. Undici anni prima Valerio stava guidando l’automobile che doveva portare la fidanzata di Antonio in chiesa per il matrimonio. La macchina ebbe un incidente in cui morirono la ragazza e i genitori dei due fratelli. Da quel momento Antonio, che era nella macchina che seguiva, regredirà per sempre in una condizione infantile. L’altro fratello, rimasto incolume, dovrà tutta la vita sostituire (anche attraverso travestimenti) il padre, la madre e la fidanzata in una triste pantomima. In un barlume di speranza si inserisce nel loro rapporto Marianna che si fidanza con Valerio.
Si potrebbe definire un dramma della follia, ma tra le righe c’è molto di più: il grigiore di una vita chiusa su se stessa (Valerio), il volo fiabesco di un cuore bambino (Antonio), lo spiazzamento di una storia che vorrebbe solo “normalizzarsi” (Marianna). Ma non è solo questo, in Valerio c’è anche il bisogno di stare vicino al “malato“, vuoi per senso di colpa, vuoi per spirito fraterno; in Antonio lo spirito bambino porta con sé anche la cattiveria di quell’età; in Marianna il bisogno di diventare adulta uccide la sua fantasia. È tutto un racconto fatto di sfumature che paradossalmente diventano nette in maniera persino violenta. Ogni personaggio è molto più di quello che inizialmente sembra. Ed è per questo che nessuno riesce a capire l’altro o fa finta di non capire.
filmup.com
Fratello dove sei?
Luglio 30, 2009
“Fratello” contiene tutto ciò che fa il capolavoro: storia, regia importante e non visibile, attori, discrezione e leggerezza, il supporto, della musica (country-blues), e finalmente non violenza, ottimismo ragionevole, e il sospetto che si possa ancora star bene. E poi la scrittura, l’intelligenza e l’ironia, e la misura migliore di tutto, e tutto esposto semplicemente, così come i grandi temi, desunti da piccole storie. Nei titoli viene spiegato che l’ispirazione è l’Odissea. Tre galeotti evadono: sono Ulisse Everett (Clooney), Delmar (Nelson) e Pete (Turturro), incontrano un vecchio cieco che prevede che la loro ricerca finirà quando vedranno una mucca su un tetto. Incontrano un gruppo di fedeli che si battezzano in un fiume; un nero che ha venduto l’anima al diavolo per suonare la chitarra (Robert Johnson); poi incidono una canzone su un disco rudimentale. Partecipano a una rapina col gangster pazzo Faccia d’angelo, si fanno derubare da un venditore di bibbie. Sconvolgono una manifestazione del Ku Klux Klan. Cedono alla seduzione di tre sirene canterine. Sono coinvolti nella campagna elettorale del solito disonesto politicante e non finisce qui…
mymovies.it
Garage – pudore senza enfasi…
Giugno 18, 2009

Vincitore del 25° Festival di Torino, è l’irlandese Garage diretto da Lenny Abrahamson e scritto da Mark O’Halloran, già collaboratori per Adam and Paul, sensibile ritratto di due junkies dublinesi.
Dalla capitale con Garage si passa a un villaggio rurale vicino Galway, di cui incontriamo lo “scemo”, un ennesimo dropout: Josie, ben interpretato dal comico Pat Shortt, ovvero un bamboccione, un Peter Pan che non vuole, anzi non può, crescere. Allora, il 14enne David (Conor Ryan) per lui è un coetaneo, ancora di salvezza dalla solitudine, gli scherzi dei “compagni” di pub e i due di picche delle ragazze: un amico con cui condividere un porno e due bottiglie. Ma per la legge, carta d’identità alla mano, quel rapporto non può essere simmetrico: la tragedia è dietro l’angolo, ma osservata senza enfasi, con semplicità e pudore bressoniani – su tutti, Mouchette.
Ne viene un piccolo grande film, distribuito da Mediaplex, che ritrae la marginalità senza le strumentalizzazioni del cinema di denuncia, ma con la stessa simpatia per il mondo di Josie: tragicamente naïf.
Le premier cri
Maggio 28, 2009
Secondo una leggenda talmudica, al momento di venire al mondo, il neonato possiede tutte le conoscenze che ha acquisito nelle vite precedenti. In quel momento gli appare un angelo che gli intima di non rivelarle a nessuno. L’angelo posa il dito sul labbro del bambino e il neonato dimentica tutto per entrare nella vita. Del gesto dell’angelo resterà una sola traccia: la piccola fossa tra il labbro superiore e la base del naso… Ed è in quel momento che il neonato emette il suo primo grido…
Tre anni tra preproduzione, riprese (15 mesi) e post produzione. Dieci nascite seguite in Francia, Vietnam, Stati Uniti, Brasile, India, Tanzania, Giappone, Niger, Siberia, Messico.
Gilles De Maistre ha indubbiamente il dono di saper offrire alle partorienti la sicurezza di una presenza non invasiva. Nulla dà la sensazione della messa in scena, tutto è naturale e tutto è al contempo uguale e diverso.
Assistiamo così a un parto in piscina con tanto di delfini pronti a omaggiare il nascituro ma anche a doglie anticipate che impediscono la ritualità new age. Veniamo messi di fronte all’efficienza di un ospedale vietnamita cosi come a una nascita notturna in una tribù amazzonica. De Maistre non vuole proporre inni retorici alla vita ma, più semplicemente, mostrare come il nascere non sia solo un fatto naturale e come la cultura influenzi profondamente il venire alla luce.
Non c’è nulla in comune tra la coppia del Maine che vive in una sorta di comune in cui si attende il parto suonando la chitarra con la puerpera adagiata in una piscinetta di plastica e la donna Masai che vive le stesse sensazioni di gioia e di sofferenza a tutt’altra latitudine. O forse invece sì ed è proprio questo che diviene l’elemento di attrazione di questo documentario: il mistero del nascere. Apparentemente uguale eppure così profondamente diverso. Di pregio la musica di Armand Amar.
