eusebi_luciano

Alcune cose che Luciano Eusebi (ordinario di Diritto Penale) ci ha detto ierisera…

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Che senso ha l’incontro con le realtà negative? Di fronte alle realtà negative… fare ciò che è altro dal male. Fare progetti di bene di fronte al male è estremamente rivoluzionario. Umanamente potresti anche sembrare sconfitto, ma la pienezza di vita è lì.

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Esempio personale:

Estate 2007 coi ragazzi – le ragazze distruggono la camera dei maschi. I ragazzi invece di distruggere la camera delle femmine, si chiudono dentro, fanno un po’ di casino per dare l’idea della distruzione… ma in realtà riordinano, puliscono e lucidano la stanza da cima a fondo. Escono. Le ragazze corrono per vedere il disastro… poi in silenzio ammirato portano scuse, abbracci e pasticcini ai maschi.

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“Sei libero se ti liberi di tutte le cose che ti chiedono qualcosa nella vita.” -> rischio di vita vuota.

Non dare la medaglia d’oro al delinquente ma lavorare per la riconciliazione e la riparazione. Recuperare una persona è dare autorevolezza alla legge. Ecco perché la mafia teme più i pentiti che le condanne. Si tratta di progettare una prevenzione migliore.

Fortunati quei tempi in cui c’è qualcuno che è disposto a fare qualcosa al di là del risultato. Fare le cose semplicemente perché è giusto farle.

Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono. – diceva padre Giulio Bevilacqua.

Che cosa è giusto/bene? Davanti a questa domanda non si tratta di decidere, ma di capire/riconoscere. C’è qualcosa che non fa capo a orientamenti esclusivamente decisionali. Non è vero che ci sono solo opinioni. Dire che il bene non esiste e che non c’è più un’esperienza etica che accomuna tutti gli esseri umani… è moderno, ma una debole idea.

La domanda – In che modo sono chiamato ad agire per rispondere alla dignità di chi sta intorno a me?

Giustizia è fare in qualsiasi situazione ciò che corrisponde alla dignità dell’altro. Anche di fronte al male, si tratta di fare un progetto positivo, anche se sei a Guantanamo. Tutte le volte che ho a che fare con un individuo, lui è titolare di una pretesa verso di me: che io lo tratti in modo conforme alla sua dignità.

Sono proprio i mali più gravi ad insegnarci che la reciprocità del male non può essere la soluzione. Quale sarebbe la pena giusta per i genocidi? Per quello che è successo in Rwanda? Non c’è nessuna pena che cancella il reato.

StopProgrammiTv

La pubblicizzazione del privato è l’arma più efficace impiegata nelle società conformiste per togliere agli individui il loro tratto discreto, singolare, intimo.

Allo scopo vengono solitamente impiegati i mezzi di comunicazione che, dalla televisione ai giornali, con sempre più insistenza irrompono con indiscrezione nella parte discreta dell’individuo, per ottenere non solo attraverso test, questionari, campionature, statistiche, sondaggi d’opinione, indagini di mercato, ma anche e soprattutto con intime confessioni, emozioni in diretta, storie d’amore, trivellazioni di vite private, che sia lo stesso individuo a consegnare la sua interiorità, la sua parte intima, rendendo pubblici i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue sensazioni, secondo quei tracciati di spudoratezza che vengono acclamati come espressione di sincerità, perché in fondo: “Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”.

Coloro che si comportano in questo modo danno un ottimo esempio di quell’omologazione dell’intimo a cui tendono tutte le società conformiste, che alla massima “a ognuno il suo”, sostituiscono quell’altra “a ognuno il mio”, per cui finisce con il sentirsi “proprietà comune” e si comporta come se appartenesse a tutti. E poiché sa che se non si comportasse così, se rifiutasse espressamente questo comportamento, verrebbe considerato “sconveniente” e diventerebbe “sospetto”, lo fa anche con un certo ardore, con somma gioia di chi deve governare la società, perché, una volta pubblicizzata, l’intimità viene dissolta come intimità, e gli altri, che dovrebbero stare al confine eterno dell’intimo, diventano letteralmente “inevitabili”, ogni volta che qualcuno di noi prova una sensazione, un’emozione, un sentimento.

Questi tracciati segreti dell’anima, in cui ciascuno dovrebbe riconoscere le radici profonde di se stesso, una volte immessi senza pudore nel circuito della pubblicizzazione, quando non addirittura della pubblicità, non sono più propriamente miei, ma proprietà comune. E questo sia in ordine alla qualità del vissuto, sia in ordine al modo di viverlo, perché il pudore, prima che una faccenda di mutande che uno può cavarsi e infilarsi quando vuole, è una faccenda d’anima che, una volta de-psicologizzata, perché si sono fatte cadere le pareti che difendono il dentro dal fuori, l’interiorità dall’esteriorità, non esiste semplicemente più.

… Se la nostra vita è diventata proprietà comune allora perché non lasciarsi intervistare senza riserve e senza pudore? In fondo anche il nostro corpo è diventato una proprietà comune, e quel che un tempo era prerogativa di alcune dive –farsi misurare seni e sederi e pubblicare le misure sotto le fotografie- oggi è il gioco di qualsiasi ragazza che non voglia passare per inibita. Ma anche il sesso è diventato proprietà comune e, dalla stampa alla televisione, è un susseguirsi di articoli e servizi sui piaceri e sulle difficoltà, redatti sotto forma di consigli, in modo confidenziale, come se fossero rivolti solo a te, e non a un milione di orecchie avide di sapere quel che da sé non sanno più scoprire.

Questo significa “non avere nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”. Significa che le istanze del conformismo e della omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per togliere di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di sé come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica.

E tutto ciò, anche se non ci pensiamo, approda a un solo effetto: attuare l’omologazione totale della società fin nell’intimità dei singoli individui e portare a compimento il conformismo. In fondo non è un’operazione difficile. Basta “non avere nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”, che tradotto significa: ”Sono completamente esposto”, “non custodisco nulla di intimo”, “sono del tutto de-psicologizzato”, ma in compenso ho guadagnato appariscenza, conformità sociale e forse qualche apprezzamento per il mio coraggio e la mia sincerità.

Da tutto questo nasce la necessità di rivendicare i diritti del pudore: non solo per sottrarre la sessualità a quella genericità in cui si celebra il piacere nel misconoscimento dell’individuo, ma anche e soprattutto per sottrarre l’individuo a quei processi di omologazione in cui ciascuno di noi rischia di perdere il proprio nome.

U. Galimberti, L’ospite Inquietante

Migranti

Luglio 15, 2009

“Ero straniero e mi avete ospitato”, oppure no?

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Una questione di stile…

Giugno 22, 2009

checcodeb_designA Torino si svolgerà il Convegno nazionale delle Caritas diocesane (…)  E il tema scelto per queste giornate torinesi ben indica questa consapevolezza della comunità cristiana: “Non conformatevi a questo mondo. Per un discernimento comunitario”. La prima affermazione è un ammonimento di san Paolo ai cristiani di Roma nel I secolo dopo Cristo, esortazione che viene attualizza con un richiamo all’importanza di operare un discernimento sul pensare e sull’agire e sulla necessità che questa riflessione sia “comunitaria”, cioè frutto ma anche seme di una comunità viva e vitale.

Questo approccio indica bene il difficile equilibrio della presenza cristiana nella società: nessuna “fuga dal mondo” – come se si trattasse di realtà negativa da evitare – nessuna chiusura in una cittadella di “puri”, ma neanche nessun cedimento a una mentalità mondana che considera scontati o privi di valenza etica comportamenti lesivi della dignità umana. (…)

Lo stile con cui il cristiano sta nella compagnia degli uomini è determinante: da esso dipende la fede stessa, perché non si può annunciare un Gesù che racconta Dio nella mitezza, nell’umiltà, nella misericordia, e farlo con stile arrogante, con toni forti o addirittura con atteggiamenti che appartengono alla militanza mondana! E proprio per salvaguardare lo stile cristiano occorre resistere alla tentazione di contarsi, di farsi contare, di mostrare i muscoli… La fede non è questione di numeri ma di convinzione profonda e di grandezza d’animo, di capacità di non avere paura dell’altro, del diverso, ma di saperlo ascoltare con dolcezza, discernimento e rispetto. Dalla testimonianza quotidiana dei cristiani nel mondo dipende la ricezione del vangelo come buona o cattiva comunicazione, e quindi buona o cattiva notizia.

Enzo Bianchi

Le cose che contano

Giugno 10, 2009

Per entrare nella communitas occorre innanzitutto sentire la propria vita, la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda che è posta come essenziale sull’architrave della porta di ogni comunità è: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9), il che significa: tu sei custode dell’altro, ne sei responsabile e, dovendo sapere dov’è l’altro, devi dare all’altro il tuo volto, la tua presenza. È così che inizia il riconoscimento della fraternità. L’altro, che è altro e tale deve rimanere, va riconosciuto mettendomi accanto, di fronte, rendendomi presente a lui, accettando di incontrarlo e di renderlo prossimo, vicino: il prossimo è colui che io decido di incontrare, e più lo avvicino più lo rendo fratello.

In questo dare la propria presenza sta il dare ascolto all’altro. Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro di una presenza ascoltante: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona (il suo corpo, il suo vestito, il suo linguaggio, il suo profumo, il suono della sua voce…). Questo essere presente all’altro è inoltre sempre anche dono del tempo: attendere l’altro, «sacrificare», «fare sacrificio» del proprio tempo, il che è anche fare sacrificio della propria vita.

Enzo Bianchi, il testo comleto qui