Il blues -cd-

Continuiamo la nostra panoramica nel mondo del blues. Oggi ci spostiamo su un grande armonicista. Scoprite questa perla: è un cd-capolavoro. Un’atmosfera imperdibile. Oggi si parla di:

Sanctuary
di Charlie Musselwhite

Per un appassionato di musica può risultare difficile individuare il confine che separa un disco di buona fattura da uno di qualità eccelsa.
“Sanctuary” di Charlie Musselwhite è un esempio perfetto per intuire che cosa distingua un album di vero blues: la tecnica, la qualità delle canzoni, la voce, ma più che altro il passo e lo spirito. Soprattutto queste ultime sono doti che si acquisiscono con anni di musica e di dedizione: il passo non è solo una questione ritmica, ma una personalità del suono che rende l’interpretazione coerente con la tradizione e allo stesso tempo originale. Sua causa ed effetto è lo spirito, percepibile nell’intensità che trapela dall’insieme e da ogni singolo dettaglio.
Queste componenti sono estremamente concrete in “Sanctuary” e lo rendono uno dei migliori dischi di blues bianco; una ricchezza stilistica ed un’emotività rare.
Il fatto che esca per la Real World e che in un paio di tracce ospiti la presenza di Ben Harper sono particolari importanti, che attireranno l’attenzione di qualche ascoltatore, ma non determinanti. Non è nemmeno solo l’armonica a spuntare dal disco e questa è da considerare una conferma ultima, più che un paradosso, per un musicista come Musselwhite, che tanto per dire ha prestato lo strumento anche a Tom Waits, uno che in fatto di personalità se ne intende.
Il maggior pregio di “Sanctuary” sta nell’integrità rispetto al genere, il blues, e rispetto al suo stesso corpo: Musselwhite ha costruito un disco tutto d’un pezzo, facendo combaciare ogni tassello con una pazienza quasi religiosa.
L’impressione è che ci sia voluta una vita per raggiungere una tale essenzialità: si respirano il senso di quella strada e di quella polvere che hanno costituito il passato del blues, la sofferenza di una voce (canto e armonica) che non ammette concessioni e l’immortalità di un suono che è storia.
Musselwhite si è avvalso di una formazione stringata, composta da musicisti concisi (Jared Michael Nickerson al basso, Michael Jerome alla batteria e alle chitarre quel Charlie Sexton cresciuto alla scuola di Dylan). Da qui ha cominciato ad aggiungere e togliere a seconda dei casi con una severità che ha messo in risalto la profondità del suo soffio, voce caratterizzante in ogni brano: la slide di Ben Harper, tornata ai livelli che gli competono, in “Homeless child”, ma anche nella title-track, e i Blind Boys of Alabama, presenze mai invadenti, scelte oculate, a tema, giuste per approfondire.
“Sanctuary” è un disco che calibra peso e leggerezza, luce ed oscurità: ogni tocco è misurato, nei brividi strumentali di “Alicia” e di “Route 19”, nel chitarrismo di “Shootin’ for the moon” (Sobnny Landreth), nell’allungarsi delle ombre in “Burn down the cornfield” (Randy Newman), in “Snake song” (Townes Van Zandt) e in “The neighborhood” (Los Lobos).
È un rifugio per chi segue il blues come una fede ed un invito alla conversione per quanti invece conducono un’esistenza “distratta”: insomma, è quello che deve essere un disco di vero blues.

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