Sabato Santo

Sabato Santo.

Crocifisso, gesto di estrema ingiustizia.

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.

Riflessione
Giustizia e perdono, circolo virtuoso.
In queste ultime settimane abbiamo assistito a una serie di vicende internazionali che non possono non interrogarci sulla questione della giustizia e del suo esercizio all’interno delle singole nazioni e nel consesso internazionale: un ex capo di stato muore in carcere mentre è sotto processo presso il Tribunale penale internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità; un altro rischia la condanna a morte per gli stessi reati nel paese sul quale ha dominato per decenni; uno stato democratico assalta a colpi di cannone una prigione per impossessarsi di detenuti accusati di essere mandanti dell’omicidio di un ministro, mentre l’esercito del medesimo stato esegue con “omicidi mirati” condanne a morte mai decretate da alcun tribunale; un altro stato sovrano, fiero di essere esportatore di democrazia, priva centinaia di prigionieri di ogni status giuridico, ne tortura altri, ne deporta presso aguzzini esterni altri ancora; un paese uscito dagli anni bui dell’integralismo talebano conserva nei propri strumenti giuridici la possibilità di condannare a morte una persona per il solo fatto di aver cambiato credo religioso; la patria di Cesare Beccaria vede le sue prigioni sistematicamente affollate oltre ogni capienza decente e dignitosa. E gli esempi emblematici potrebbero continuare.
Forse, al di là di sovente sterili o pretestuose discussioni su amnistie e indulti, è giunto per la società occidentale il momento di elaborare un diverso modello di giustizia interna e internazionale: non si tratta di ribaltare il concetto di ciò che è bene e ciò che è male, né di rimettere in discussione i diritti umani universali, ma al contrario, di trovare strumenti diversi per difenderli concretamente, per diffonderli con più efficacia, per farli rispettare nelle situazioni geopolitiche più diverse. E qui mi chiedo se non ritorni di drammatica attualità l’appello lanciato da papa Giovanni Paolo II per la giornata della pace del 2003 – sembrano passati decenni – per coniugare pace, giustizia e perdono con strumenti giuridici appropriati: un’intuizione profetica che ha saputo cogliere la dimensione potenzialmente universale dell’esigenza etica cristiana del perdono. Non è questione di imporre un comandamento etico confessionale a chi non ne condivide il fondamento rivelativo, ma di proporne la sua valenza antropologica a beneficio della collettività: è un altro esempio di cosa potrebbe significare “dialogo di civiltà” tra sistemi etici – religiosi o laici – diversi.
Non stiamo parlando, né lo faceva quel messaggio troppo presto accantonato, di imporre per legge un sentimento che nessuno può esprimere a nome di un altro né, tanto meno, pretendere che ogni vittima lo conceda al proprio carnefice; non si tratta certo di trasporre a livello collettivo un atteggiamento personale che nasce, o non nasce, nell’intimo di ogni singola esistenza umana, e nemmeno di affermare con un dettato giuridico che ogni crimine, anche il più efferato, è perdonabile e che la soluzione consista nel condonare ogni debito. Si tratta invece di trovare modalità nuove per far interagire giustizia e perdono, affinché si inneschi un circolo virtuoso che abbia un effetto non solo di prevenzione del crimine – peraltro di gran lunga preferibile alla repressione dello stesso – quanto di risanamento della ferita inferta con il delitto alla convivenza civile.
Esempi in questa direzione non sono mancati, in verità più alla periferia che al centro del mondo occidentale: uno su tutti, il processo di riconciliazione nazionale in Sudafrica, audace e riuscito esperimento, purtroppo meno analizzato, e ancor meno riattualizzato in altri contesti, di quanto non sia citato. Forse è giunto il momento di interrogarci su cosa le nostre società e non solo i singoli cittadini si attendono dall’amministrazione della “giustizia”. Diverso è infatti il modo di affrontare la questione se cerchiamo la riparazione di un torto o la punizione del colpevole, se vogliamo semplicemente mitigare l’istinto di vendetta o se privilegiamo la deterrenza preventiva rispetto ad altri crimini. Ancora altre saranno le opzioni se invece cerchiamo il ristabilimento della dignità della vittima, il risanamento della ferita inferta alla convivenza umana, l’affermazione della “verità” e l’efficacia della “riconciliazione”, finalità tra l’altro non sempre in concorrenza tra loro. Si tratta di istanze diverse che bisogna aver ben presenti quando si decidono le priorità che un’azione giudiziaria deve prefiggersi, perché se si ritiene di ristabilire la giustizia rispondendo alla violenza con la violenza, operando un collegamento tra giustizia infranta e coercizione violenta necessaria per restaurarla, allora si percorre soltanto una strada mortifera, si innesca a livello collettivo una spirale inarrestabile di guerre e ritorsioni e, a livello individuale, un clima di abbassamento progressivo della soglia di accesso alla violenza.
E’ indubbio che ristabilire la verità, promuovere la riconciliazione e restituire dignità alle vittime, specialmente dei crimini più efferati e collettivi, risulta molto più arduo che non applicare una tabella di sanzioni, per quanto estreme, nei confronti dei colpevoli: è difficile escogitare modalità concrete per sanare questo tipo di ferite, ma è un processo sempre possibile oltre che doveroso, un cammino che non si ferma di fronte alla morte del colpevole – pensiamo, per esempio, alle vittime delle stragi dei kamikaze – ma che continua fino a coinvolgere l’umanità nel suo insieme, che è la prima vittima di ogni crimine. Non solo, ma di questa dignità restituita è tutto il tessuto sociale a beneficiare, nell’immediato e nel futuro: quante volte, invece, anche quando di fronte a un colpevole condannato si sente esclamare “giustizia è fatta!”, si percepisce che in realtà nuovi crimini stanno per essere fecondati da quell’atto e che, comunque, non v’è pace né per i familiari delle vittime “risarciti” attraverso nuove sofferenze, nuove violenze inferte ai colpevoli, né per la collettività che si vede costretta a combattere il male con le sue stesse armi.
Non si può ristabilire pienamente la dignità personale e collettiva infranta dal crimine se non si crea, all’interno stesso del concetto di giustizia e degli strumenti per perseguirla, uno spazio per quella particolare forma di amore che è il perdono. Discorso difficile, questo, quando come individui ci si sente dalla parte delle vittime e, come stati o collettività, si ritiene di poter agire solo in base alla Realpolitik senza dover rispondere a esigenze etiche; eppure, se veramente si vuole tendere alla pace – e a una pace duratura – non possiamo continuare a pensare alla giustizia in termini antitetici al perdono.
La chiesa ha sempre additato ai cristiani il perdono come inerente alla vita e ai rapporti interpersonali di ciascuno, ora si tratta di far sì – era questa la portata del messaggio di Giovanni Paolo II – che questa loro faticosa ricerca personale divenga testimonianza attiva di un’altra strada possibile anche per la società, di un’etica e una cultura che permei i rapporti collettivi, fino a profilarsi come “politica del perdono espresso in atteggiamenti sociali e istituti giuridici” in cui la giustizia sia esercitata e riproposta. Una tale prassi del perdono, quindi, dovrebbe riguardare i cristiani tutti e la loro partecipazione alla vita della polis: perché il perdono in forme e modalità tutte da elaborare, si rende necessario a livello sociale, politico, nei rapporti tra le nazioni, le etnie, i gruppi… Non ci può essere un progetto di società futura contrassegnata dalla pace, dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà in vista di una vera communitas, senza immettere il perdono nel concetto e nella prassi della giustizia.
Certo, una simile prassi può comportare a breve termine un’apparente perdita, forse anche una sconfitta, ma in realtà assicura un guadagno sul lungo termine. La violenza è l’esatto opposto: opta per un ipotetico guadagno a scadenza ravvicinata, ma prepara una perdita certa e permanente nel futuro. Ma chi ha a cuore i destini dell’umanità di cui è parte e della società in cui vive, non dimentichiamolo, sempre più a misura mondiale, non può ripiegarsi sull’immediato, non può accontentarsi né di mettere una pietra sul passato né di ottenere una rivincita che sa di vendetta, ma deve respirare con ampiezza e profondità, deve allargare lo sguardo e saper scalzare il male incombente con un paziente, quotidiano lavoro per il bene.

Enzo Bianchi

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