Il blues – Tom Waits

Siamo direttamente collegati con un pazzo visionario della musica, forse un professore di voodoologia…

Bone Machine
di Tom Waits

Comincia da un’accozzaglia di suoni ritmati lontani, quasi uscissero dall’oltretomba, il primo pezzo di quest’album, intitolato “Macchina d’ossa” che fa subito capire il perché: una ritmica sporca, fragorosa, maledettamente disordinata, che cresce col cantato del nostro, sempre più sporco, lacero, malato e irresistibilmente marcio. Una voce così sarebbe capace di raccontare mondi esasperati e sommersi, anche se solo recitasse le vocali o in silenzio completo, ad ascoltarne il respiro e basta. Si passa al simil blues jazzato e malinconico di “Dirtin the Ground” per arrivare al sincopato “Such a Scream”, una sorta di blues disarticolato e sconnesso con il rullante che spiazza e martella alla grande.
L’album si sviluppa tra pezzi ritmati e lente ballate country-blues (“Who Are You” di stampo alquanto classico) nobilitate dall’ottimo lavoro della band di supporto che interpreta e arricchisce al meglio le idee del nostro. Arriva poi la tenebrosa “The Ocean Doesn’t Want Me”, vera e propria spoken-song lugubre e disperata, in un viaggio alla ricerca dell’anima nera nascosta nelle tenebre. Si torna con “Jesus Gonna Be Here“, all’ennesimo canto disperato in forma di preghiera blues alla ricerca di una risposta al malessere del vivere. La successiva “A Little Rain” torna agli stilemi del classico country, raccontandoci momenti di raffinata e delicata poesia. E finalmente il capolavoro dell’album: la gotica “In the Colosseum” con la sua carica di suoni distorti e racappriccianti, in un lento incalzare pesante e disperato, come l’incedere di un carro scalcinato carico di tutto il marcio immaginabile, condotto da un Tom Waits ispirato e cinico, quasi una scena di un film di Tim Burton. Avanti ancora con “Goin’ Out West” e ancora “Murder in the Red Barn”, lenta ballata alla Nick Cave che ci narra le vicende di un ipotetico assassino attraverso descrizioni suggestive come acquarelli sporchi stesi su carta da pacchi ruvida e spiegazzata. La successiva “Black Wings” non dà speranze e si eleva alta nel farci partecipe delle miserie dell’umanità intera.
Un disco sconsolato e disperatamente lucido nel farsi poesia traendo linfa proprio dai bassifondi, dal vuoto che ci circonda, dal buio dell’anima che può solo dare l’impulso a vedere l’oltre ci mette nella condizione di guardarci dentro in maniera più obiettiva possibile, senza orpelli e senza facili giustificazioni. Il CD si chiude con “That Feel” una sorta di canto del cigno, rassegnato ma in fondo in fondo felice di appartenere a quella piccola schiera di eletti che sanno trarre poesia e luce dalle cose e dalle situazioni impossibili o disperate, scritta e suonata con un altro “compagno di sbronze” che di queste cose ci ha vissuto a braccetto tutta la vita: Keith Richard, il più vissuto e il più oltraggioso degli Stones.
Un album profondo ed emozionante che raggiunge picchi di sensibilità altissima, facendo intravvedere poesia e sentimento in luoghi dove i più si soffermano alla “sporcizia” di suoni crudi, spogli (e quindi veri), indigesti ad un primo ascolto e quindi poco fruibili ed ascoltabili dalla massa.
“Bone Machine”: Un capolavoro assieme a “Real Gone”, “Rain Dogs” e “Slowfishtrombones” (ma la lista sarebbe troppo lunga).

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