Testimoni e non testimonial…

A volte si fatica a trovare una certa coerenza in atteggiamenti e comportamenti diffusi ai nostri giorni: una società ormai secolarizzata, da alcuni definita postcristiana, non solo è attraversata dal ricorso a una nebulosa di spiritualità avvolgente, ma pare infiammarsi per eventi di connotazione religiosa, o addirittura confessionale, dal forte impatto identitario. Che sia l’attrice di grido che si risposa in chiesa affermando il suo ritrovato cattolicesimo, oppure il regista dai gusti truculenti che produce una pellicola di iperrealismo sanguinario sulle ultime ore di vita di Gesù, o ancora il romanziere di grido che avvolge in un torbido thriller il mistero della vicenda umana del rabbi di Nazaret confessato come Signore dai suoi discepoli, sembra che il fascino del religioso – da alcuni frettolosamente definito come “la rivincita di Dio” – seduca in modo sempre più avvincente una società stanca e disincantata, alla ricerca di valori certi, la cui forza si misura soprattutto dall’intensità delle emozioni che suscitano, confondendo ciò che è impressionante con ciò che è importante.
In questo contesto è allora ancora possibile a un credente nel Dio rivelato da Gesù Cristo narrare la propria fede, rendere ragione a chi gli chiede conto della speranza che lo abita, come l’apostolo Pietro invitava i suoi contemporanei a fare nella diaspora pagana del suo tempo? Cosa può dire oggi un cristiano sulla presenza di Dio nella propria vita? E’ condannato all’alternativa tra il tacere e il ricorrere al miracolistico per confutare ipotesi prive di qualsiasi fondamento non solo scientifico ma anche semplicemente razionale? Davvero il quotidiano di un’esistenza cristiana, la fedele perseveranza in un cammino di costante conversione alle esigenze evangeliche è divenuta merce non più spendibile in un supermercato del religioso in cui si impone chi ha lo slogan più seducente o il testimonial più affermato?
No, io credo sia ancora possibile trovare parole e gesti per articolare un linguaggio cristiano comprensibile agli uomini e alle donne di oggi, capace di raggiungerli al cuore del loro vissuto ordinario: è ancora possibile rendere conto di un legame vitale con una presenza invisibile che i credenti chiamano Dio. Certo, per fare questo appare ormai infruttuosa se non addirittura impraticabile la via dell’esposizione della dottrina e della dimostrazione dei dogmi, ma del resto ci si può chiedere quando mai la trasmissione della fede di generazione in generazione è passata solo attraverso l’esposizione di elaborazioni teologiche. Queste hanno indubbiamente nutrito il pensare e l’agire, hanno fornito un prezioso patrimonio di conoscenze, hanno consentito di “dare un nome” e un’articolazione a moti dello spirito, ma la conoscenza personale del Signore Gesù, l’adesione nella libertà e per amore alla sua vita prima ancora che al suo insegnamento è sempre passata da persona a persona, da genitori a figli, nonostante ogni sorta di infedeltà e contraddizioni, attraverso l’autenticità e l’intensità di una vita trascorsa giorno dopo giorno nel faticoso eppur gioioso restare aderenti, “attaccati” – questo il significato etimologico del termine “fede” in ebraico – a un Dio percepito come Altro eppure del quale si è immagine, un Dio collocato lontano eppure sperimentato vicino, un Dio soprattutto raccontato, spiegato da Gesù Cristo.
Sì, è in uno spazio di grande libertà e insieme di gratuità che la fede in Dio si trasmette: l’essere umano, infatti, può vivere credendo in Dio come può vivere senza questa fede, non vi è costrizione alcuna a dover credere in Dio perché Dio non è il risultato di una necessità, non è an´nke, “destino”. Può sembrare scandaloso anche agli orecchi di molti atei devoti che oggi pontificano, ma non vi è alcuna necessità mondana di Dio, nessuna possibilità di teismo utilitario come invece vorrebbe far credere una società in carenza di ideali.
L’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente: non è la fede in Dio a determinare la felicità o l’infelicità di un essere umano. Del resto già i rabbini avevano sagacemente concluso che Dio ha creato una creatura in grado di dirgli: “Tu non esisti, tu non mi hai creato”. L’essere umano, dunque, è capax Dei così come è “capace” di ateismo. E non è neanche la fede in Dio l’unica istanza capace di frenare il decadimento morale, come invece lasciano intendere non senza arroganza quanti sostengono che “se Dio non c’è, tutto è possibile e regna la barbarie”: raffinatissime culture e religioni “senza Dio” – si pensi al buddhismo – non sono state meno efficaci della cristianità nello scongiurare o nell’arginare orientamenti e comportamenti mortiferi. In verità, secondo la grande tradizione cristiana, anche se l’uomo non riconosce Dio e non è credente, resta sempre a sua immagine: può negare la propria somiglianza con Dio, ma l’immagine è come un carattere impresso una volta per sempre in ogni essere umano.
Ma allora, perché credere? Si crede, si aderisce al Signore perché nella ricerca di Dio, del bene, della felicità si accetta il dono della fede: questa infatti è dono e “non è di tutti”, come ricorda l’apostolo Paolo. Ci sono uomini che credono e uomini che in qualche misura non “possono” credere, non per predestinazione divina, ma perché non sono in condizione di discernere e accogliere la fede: questa resta un atto di libertà. Ma allora, cosa apporta la fede a chi crede? Va detto senza reticenze: porta la speranza della vita più forte della morte, dell’amore più forte dell’odio, di una vita oltre questa vita. Questo è lo specifico del cristianesimo: la fede nella risurrezione, la risposta alla domanda che ogni uomo si fa: “Cosa posso sperare?”.
Penso comunque che la nostra riflessione guadagnerebbe in chiarezza se non ci fermassimo alla domanda sul “perché”, ma indagassimo anche sull’“affinché”, sullo spazio della finalità. Il credente, infatti, non dovrebbe porsi solo il problema dei motivi del proprio credere – con il rischio di ridurre la domanda a una questione di un calcolo di costi e benefici – e nemmeno delle “radici”, ma anche quello dei frutti, del sapere che ne ha fatto, che ne fa ogni giorno della propria fede, che “segno” pone di una realtà invisibile che gli altri uomini possono percepire solo attraverso testimonianze visibili e “credibili”, autorevoli perché autentiche. A ben poco, infatti, servono proclami solenni di convinzioni astratte se queste non sanno calarsi in un vissuto umanissimo che testimoni di quella speranza nella vita più forte della morte.
Non si dimentichi che la fede cristiana è nata e si è sviluppata attraverso la testimonianza di semplici uomini e donne che hanno preso su di loro il giogo leggero di una vita conforme a quella mostrata da Gesù come la vita umana secondo il disegno di Dio, una vita ricca di senso e di amore, una vita abitata dal prendersi cura dell’altro, una vita autenticamente umanizzante.
Certo, neanche il credente è esente dal dubbio, dalla tentazione – in primis dalla tentazione dell’idolatria, del sostituire all’alterità l’opera delle proprie mani, del negare l’altro per imporre il proprio ego; anche il credente conosce il rischio dell’incredulità come poca fede, come non ascolto della volontà di Dio, come tenebra del nonsenso… Ma proprio questa sua esperienza di contraddizione lo rende capace di ascoltare le difficoltà dell’altro, di capire le perplessità di chi non condivide la sua fede, di dire una parola franca che affonda la sua autorevolezza non in un dogma ma in un vissuto, lo rende capace di dialogare nella diversità e nel rispetto delle singole identità. In una parola, di essere testimone di quel Gesù di Nazaret che ha “narrato Dio” agli uomini, rendendo visibile l’invisibile. Perché, oggi come sempre, i cristiani e quanti guardano a loro con simpatia o con rispetto non hanno bisogno di testimonial ma di testimoni.

Enzo Bianchi

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