Bilancio di inizio d’anno…

A forza di parlare di guerra globale contro il terrorismo, i responsabili occidentali rischiano di perder di vista le singole battaglie che questa guerra ha originato, e i risultati concreti che la loro somma ha ottenuto in 5 anni. Il concetto di guerra totale al terrorismo ha infatti effetti perversi, sui modi di ragionare e anche di far politica e combattere. Ha un effetto sulla percezione del tempo, innanzitutto: il tempo si fa statico, sconnesso dal divenire, e questo per due motivi. Perché l’obiettivo si spersonalizza (il bersaglio non è un nemico ma un metodo, appunto il terrorismo). E perché la guerra è presentata come globale, totale, dunque infinita e inviolata. Il giorno che si spegnerà, si spegnerà per ragioni che poco hanno a che vedere con gli eserciti d’Occidente.

Il concetto ha poi un effetto sul nostro modo di valutare le singole battaglie: tutte le guerre iniziate da Usa o Occidente, compreso lo Stato d’Israele (Iraq, Afghanistan, Libano) sono viste separatamente, come esperienze contingenti di una permanente e imperturbata idea generale (la lotta al terrorismo). Quest’ultima si tramuta in ipostasi, cioè in qualcosa che ha una propria consistenza astratta e ideale ­ così l’ipostasi è spiegata nel Devoto e nell’Oxford English Dictionary ­ al di là del fluire fenomenico, degli accidenti e delle ombre del reale. I fatti sul terreno non si unificano mai, essendo puri riflessi. S’unificano solo nel cielo delle idee, dove dettagli e accidenti pesano poco, se pesano.

Questa strategia sta fallendo, perché l’accumularsi di sconfitte accidentali sta dando preminenza al duro pavimento dei fatti sul cielo delle idee e perché nei Paesi stessi dove si guerreggia i fatti vengono unificati. Siamo soliti dire che una battaglia si può perdere, senza che per questo sia persa la guerra. Arriva però un punto in cui un numero relativamente alto di battaglie fallite fanno una guerra perduta (accanto alla dura legge del tempo c’è la legge del numero: fin da quando Aristotele descrive la visione pitagorica secondo cui il numero «misura la realtà e permette di penetrarne il significato»). Naturalmente cinque anni sono un provisorium. Ma sono sufficienti per un primo bilancio, e il bilancio è negativo. In questi anni ben tre guerre sono state fatte contro il terrorismo: una in Afghanistan, una in Iraq, una in Libano contro gli Hezbollah, e anche se non tutte sono disfatte complete, nessuna è stata vinta. A esse potremmo aggiungerne una quarta, condotta dal governo israeliano nei territori palestinesi e specialmente a Gaza, oggi rioccupata per far fronte ad attentati terroristi in seguito al ritiro unilaterale deciso dal governo Sharon.

Queste guerre siamo abituati a esaminarle distintamente, unificandole solo concettualmente quando si parla di guerra globale al terrore. A intervalli regolari giornali e politici guardano all’Iraq, o all’Afghanistan, o al Libano, oscurando le altre guerre come se nel firmamento fossero capaci di scorgere una stella alla volta. Invece è ora di vederle tutte assieme, non fosse altro perché le forze che pretendiamo combattere in varie regioni cominciano a classificarle come un unico regolamento di conti. Se non lo facciamo, è perché dire la verità dei fatti non è semplice come dire la verità delle idee: perché è comodo unificare sul piano delle idee quel che si tiene diviso sul piano della pratica. Resta che i fatti parlano chiaro: dall’11 settembre, tre guerre favorite dalla superpotenza son degenerate. La lista include la guerra d’Israele in Libano, perché senza appoggio Usa difficilmente Olmert avrebbe corso rischi così grandi. Siamo dunque giunti al punto in cui l’accumularsi quantitativo di cambiamenti si converte, attraverso un brusco salto, in cambiamento di qualità: sono quei punti nodali noti anche in fisica, quando ad esempio l’acqua passa al vapore o al gelo, cessando di esser l’acqua di prima. È il motivo per cui non vale il paragone con Hitler, se mai il paragone ha avuto valore. Per uscire dal marasma è da qui che occorre ricominciare: dal riconoscimento che la guerra odierna non è vinta, e dall’analisi severa del perché ciò sia avvenuto. Forse una delle cause è il modo in cui l’offensiva è stata condotta; forse l’errore è stato dare il nome di guerra a una lotta al terrorismo che è totalitario per come sequestra l’islam, ma che militarmente non è vincibile. Certo è che tre battaglie dissipate creano molta sicurezza nell’avversario. E che se i dati di fatto vengono occultati anziché pensati, correre presto ai ripari diventa impossibile. Correre ai ripari vuol dire riconquistare il senso del tempo e del numero: riscoprendo che il tempo scorre, che i numeri misurano il reale.

Vuol dire contare tutti questi anni, tutti gli episodi bellici, e uscire dall’ipostasi. È praticamente perduta la guerra afghana, perché i talebani hanno riconquistato metà dalla nazione e la popolazione vede ormai le truppe occidentali (non solo Enduring Freedom lanciata nel 2001 da Bush ma anche la Forza di Sicurezza e Assistenza Nato, l’Isaf) allo stesso modo: come forze unificate, che combattono l’insurrezione senza stabilizzare il Paese ma anzi destabilizzandolo. È il fiasco di Enduring Freedom che ha cambiato la natura dell’Isaf, limitata in origine a opere di ricostruzione-assistenza: cosa che non viene detta, pur di non ammettere quel fiasco. Segue l’Iraq: qui, la guerra ha creato un terrorismo prima inesistente, e ora il Paese è un caos senza Stato né centro. La guerra in Libano, infine: essa non ha disarmato gli Hezbollah ma ha dato loro più spazio e peso nella politica libanese. (…)

Riconoscere gli errori significa anche uscire dai dibattiti occidentali, guardare finalmente i mondi su cui interveniamo. Le guerre contro il terrore sono state finora un nostro affare interno: un affare ideologico, che ha diviso destre e sinistre, pacifisti e non, cristiani conservatori e innovatori. Urgente è considerare il punto di vista dei popoli coinvolti esterni all’Occidente: perché il nostro interesse dipende anche dal loro modo di vedere e vederci. Si tratta di ricominciare a far politica, affrontando le questioni che sorgono a seguito di conflitti degradati. Si tratta di cominciare un dibattito culturale sull’islam europeo, che implicitamente tenga conto delle sconfitte: il discorso del Papa a Ratisbona è forse un primo segno in questa direzione. Si tratta di affrontare l’Iran di Ahmadinejad, che oggi si sente così forte da poter abbattere due tabù al tempo stesso: banalizzando e l’atomica e la Shoah. Non solo: Ahmadinejad si ripromette di creare un cartello tra produttori di energia, che sarà sfida impaurente all’Occidente.

Ma soprattutto si tratta di rivedere il principale errore d’un quinquennio di guerre. Esse avevano come obiettivo la libertà e la democrazia, ma nei fatti hanno rafforzato o creato Stati falliti, fino a dare l’impressione di volere precisamente questo. Nessun state-building è scaturito dalle guerre, e quel che è stato fatto è piuttosto un failed-state-building, una deliberata costruzione di Stati disastrati. La svolta potrebbe avvenire in Libano, se gli europei sotto la guida del governo italiano e francese svilupperanno idee alternative. Per questo è importante che il compito di disarmare gli Hezbollah appartenga allo Stato libanese, non alle forze Onu. Lo stesso capo degli Hezbollah Nasrallah, il 22 settembre a Beirut, lo ha affermato: la creazione di uno «Stato libanese forte, capace, giusto» renderà vane le milizie sciite indipendenti.

Capire che in questione non è solo la nostra provincia culturale-ideologica, ma il mondo, significa capire che il conflitto non è oggi tra Occidente e islam radicale, ma è dentro l’islam tra forze molto contraddittorie. Gli sciiti stanno rinascendo, grazie agli interventi Usa: Khatami lo ha detto nella visita in America. Ed è una rinascita al tempo stesso promettente e micidiale, come illustrato nel prezioso libro di Vali Nasr, The Shia Revival, Norton 2006. È promettente perché gli sciiti hanno un’idea della democrazia che i sunniti non possiedono: la loro forza è nella legge della maggioranza, dell’un uomo-un voto. Abituati a esser minoranza perseguitata nell’islam, essi hanno molto in comune con gli ebrei: sono più assimilati, dissimulati, duttili dei sunniti. In passato hanno aderito al laico nazionalismo arabo pur di sfuggire all’egemonia sunnita. Ma il loro estremismo è micidiale, se dominato dalla componente apocalittica. L’ultimo imam nascosto ­ il dodicesimo imam al-Mahdi, scomparso nel 939 d.C. ­ tornerà a vivere e darà la vittoria: Ahmadinejad aderisce a questo messianesimo. Ma Ahmadinejad non è solo un apocalittico: è un politico che valuta sconfitte e perdite. Oggi, egli è convinto che l’America abbia subìto una colossale sconfitta. Che i grandi produttori di energia (Russia, Venezuela, Iran) possano emarginare l’Occidente puntando sull’enorme fabbisogno cinese.

Sicché siamo a un bivio. La causa era forse giusta, nel 2001, ma i risultati inficiano causa e senso della guerra. Diceva Simone Weil: «La vittoria di quelli che difendono con le armi una causa giusta non è necessariamente una vittoria giusta; una vittoria non è più o meno giusta in funzione della causa che ha spinto a prendere le armi, ma in funzione dell’ordine che si stabilisce una volta deposte le armi» (Sulla Germania Totalitaria, Adelphi 1990, p. 277). È questo ordine che non c’è, e che gran parte dell’Occidente non si preoccupa di stabilire per aggiustare il disordine che ha creato.

B. Spinelli, La Stampa 2/10/06

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