La Russia e Anna Politkovskaja

E’ morta una giornalista vera. Si chiamava Anna Politkovskaja.
Le hanno sparato prima al cuore e poi alla testa all’ingresso di casa sua. Un edificio alla periferia di Mosca.
Lascia due figli. Lascia un’inchiesta sulle torture in Cecenia dei russi che non potrà più essere pubblicata dal suo giornale, la Novaja Gazeta. Lascia tutti i suoi documenti, archivi, foto, pc alla polizia russa, che come prima misura dopo la sua morte ha sequestrato tutto ciò che ha trovato nel suo modesto appartamento. Per leggerlo con calma durante le indagini. Lascia Putin, un ex membro del KGB, alla guida della Russia. Lascia Kadyrov, uomo di Putin, da lei accusato di crimini contro la popolazione cecena alla guida della Cecenia. Lascia il silenzio del Cremlino, forse in lutto stretto. Lascia Chirac che decora Putin con la Gran Croce della Legion d’Onore.
Nel libro Anna scrive di Putin: “La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo”.
beppegrillo.it

«Se Putin avesse detto chiaramente “Datele fastidio, ma non fatele del male perché la sua presenza mi è utile per dimostrare al mondo che in Russia non ci sono problemi con la libertà di stampa”, non sarebbe successo quello che è successo». A Torino Anna Raffetto, slavista, che ha curato per l’Adelphi la pubblicazione in Italia del coraggioso libro della Politkovskaja, «La Russia di Putin», continua a chiedersi il perché di questa morte tragica e sconvolgente: «Non pensavo che finisse così», La Raffetto ha conosciuto e si è guadagnata l’amicizia della giornalista vincendo la diffidenza di una donna che sapeva di essere nel mirino. «Quando ci siamo conosciute meglio mi aveva raccontato delle precauzioni quotidiane che prendeva: ogni mattina nel garage esaminava il fondo dell’automobile per vedere se non fosse stato piazzato un ordigno, limitava al massimo i contatti, stava molto attenta alle persone che veniva a conoscere».
La Stampa

Da qualche tempo l’Occidente cerca di tranquillizzarsi sulla Russia presentando Vladimir Putin come un bravo ragazzo volenteroso. Ma ora questo libro di Anna Politkovskaja, giornalista moscovita nota per i suoi coraggiosi reportage sulle violazioni dei diritti umani in Russia, ci svela, in pagine ben documentate e drammatiche, tale autoinganno. Ed è un libro destinato a restare memorabile per la maestria e l’audacia con cui l’autrice racconta le storie (pubbliche e private) della Russia di oggi, soffocata da un regime che, dietro la facciata di una democrazia in fieri, si rivela ancora avvelenato di sovietismo.
Ma non si pensi a una fredda analisi politica: «Il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia» scrive la Politkovskaja. E tanto meno si pensi a una biografia del presidente: Putin resta infatti sullo sfondo, anzi dietro le quinte, per essere chiamato sul proscenio soltanto nel tagliente capitolo finale, dove viene ritratto come un modesto ex ufficiale del kgb divorato da ambizioni imperiali. In primo piano ci incalzano invece squarci di vita quotidiana, grottesca quando non tragica: la guerra in Cecenia con i suoi cadaveri «dimenticati»; le degenerazioni in atto nell’ex Armata Rossa; il crack economico che nel ’98 ha travolto la neonata media borghesia, supporto per un’autentica evoluzione democratica del Paese; la nuova mafia di Stato, radicata in un sistema di corruzione senza precedenti; l’eccidio a opera delle forze speciali nel teatro Dubrovka di Mosca; la strage dei bambini a Beslan, in Ossezia.
Dal libro “La Russia di Putin”, Adelphi

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