Una perla di 30 pagine…

L’uomo che cammina
di Christian Bobin
30 pagine di delicatezza, di verità e di bellezza…

Un’intervista all’autore:

Chi è Bobin?

“Io non so dirlo. Sta al lettore rispondere a questa domanda”.

La sua prosa spesso è poesia o raccolta di aforismi. E i suoi libri sono un canto all’esistenza, non quella roboante e chiassosa, ma quella piccola, lieve e leggera. Qualcuno ha definito la sua scrittura “mistica del quotidiano”. È così?

“Sì. Credo che c’è la vita intera in un solo (in ogni singolo) dei nostri giorni. Lo stra-ordinario non è mai straordinario. È l’ultra-ordinario la cosa più misteriosa. Dio si nasconde nel piccolo pugno serrato dei neonati, nell’acqua che si beve e nei sorrisi scambiati da due passanti”.

La vita è il cuore pulsante dei suoi libri. Ma nei suoi testi la presenza della morte è forte. Qual è il legame fra nascere e morire?

“La bellezza della vita è nel suo essere fragile, timida, passeggera, mortale. Se si toglie la morte, allora si è perduti nel nero: la morte è il sole della vita. Dio sta appena dietro questo sole”.

Che cosa, più d’ogni altro, le ha fatto comprendere la vita?

“Ogni volta che ho perduto qualcosa, ho guadagnato un pochino più di intelligenza di questa vita”.

Lei è un uomo meravigliato, incantato della vita, del mondo, della natura, degli uomini… ma c’è anche il male. Cos’è?

“Il male è voler essere re di se stessi, sottomettere tutto alla propria volontà”.

Il punto prospettico da cui lei, Bobin, guarda le cose, gli uomini, la vita è il “basso” e non l'”alto” (“Le Très-Bas”): quello dei bambini. I suoi testi sono un’ode al piccolo, al nulla, al vuoto, al niente (“Éloge du rien”) e lei scrive come se avesse all’orizzonte la “petit vie” di Thérèse de Lisieux o l'”abbandono” di Charles de Foucauld. Perché? E chi è il bambino?

“Quando un bambino piccolo mangia un gelato o un cioccolatino, si sporca alla svelta le dita, le guance, il viso. Il suo viso è allora tutto illuminato. È così che io vedo il viso dei piccolissimi: essi sono tutti imbrattati di Dio, tutti inzaccherati dalla meraviglia infaticabile della vita. L’infanzia spirituale è questo modo di essere maldestri e questo stupore”.

A Gesù ha dedicato il bellissimo “L’homme qui marche” (“L’uomo che cammina”). C’è chi continua a dire che il cristianesimo in Europa è agli sgoccioli. È così? L’uomo è davvero stanco di Dio?

“Credo piuttosto che l’uomo ne ha abbastanza dell’uomo: non ci sopportiamo più. Non sappiamo più fare altro che gridare e cercare la vita più brutale. La Chiesa ha avuto nei secoli troppo potere: ciò le rendeva quasi impossibile parlare in modo giusto di un Dio che è debole, che non guadagna mai nulla nel mondo. È una buona cosa che la Chiesa abbia meno forza: quando si guarderà ad essa, si vedrà meglio il viso stupefacente del Cristo, colui che eternamente è percosso a morte e sempre si preoccupa di noi”.

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