Martedì Santo…

La stagione della responsabilità

Va riconosciuto che la tanta attesa e temuta “Nota” del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana è essenzialmente pastorale, non prevede costrizioni né sanzioni e, quindi, non appare come “una clava” calata sui cattolici impegnati in politica. Il cardinale Poletto ha voluto spiegarla e accompagnarla dicendo che essa non è “contro” qualcuno, ma è stata stesa per sottolineare una fondamentale verità antropologica ed è affidata alla coscienza di tutti, affinché si proceda a un autentico discernimento in vista delle scelte che soprattutto i politici devono operare: un messaggio che non è politico ma che tende alla formazione, alla illuminazione delle coscienze. Appare così quella “pastoralità” che il cardinale Bertone, segretario di Stato, aveva indicato come urgente ed essenziale per il delicato servizio della CEI al suo presidente, l’arcivescovo Bagnasco. Rincresce che il documento – che, essendo stato autorevolmente annunciato, non poteva non essere edito – non sia stato però sottoposto a tutti i vescovi italiani, come da alcuni di loro era stato chiesto: forse l’occasione dell’annuale assemblea generale è apparsa troppo lontana nel tempo. In tal modo non si sono per ora introdotti semi di divisione nel corpo ecclesiale e le minacce di contrapposizioni e polemiche sono state scongiurate.

Tuttavia, viviamo in una stagione e in una società la cui complessità richiede da parte di tutti e di ciascuno un’assunzione consapevole di responsabilità, di capacità cioè di “rispondere” in modo coerente ai propri principi agli interrogativi antichi e sempre nuovi che la vita quotidiana e la convivenza civile non cessano di porre. E questo in un clima non sempre ideale per il dialogo e il confronto perché turbato da considerazioni generali e generiche che non aiutano un sapiente discernimento di singole e articolate questioni. Così la cupa convinzione di quanti “nei tempi moderni non vedono che prevaricazione e rovina – per usare le parole di papa Giovanni all’apertura del concilio – e vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando” porta molti cristiani e porzioni di chiesa su posizioni difensive e arroccate, sempre più intrise di un’intransigenza che scorge solo vuoto, deserto e desolazione nell’odierna società non cristiana. A volte si ha l’impressione che sia presente nella chiesa una certa nostalgia dello stile assunto da Gregorio XVI che riteneva necessario “virgam compescere”, usare il bastone nella comunità cristiana in modo da distinguere con nettezza buoni e cattivi, affidabili e nemici. In questo caso la chiesa sempre più assumerebbe tratti arcigni, incapaci di farla percepire come “casa della misericordia”.

Indubbiamente in Italia, come in molte società occidentali, si avvertono non da oggi serie problematiche di vario genere che affliggono la “famiglia fondata sul matrimonio” e mutamenti di costume, più o meno correlati, che richiedono una presa d’atto e una conseguente risposta da parte delle istanze educative, amministrative e legislative. Ed è qui che emerge quell’esigenza di responsabilità di cui parlavo: un’assunzione di responsabilità che riguarda tutti, credenti e non credenti, semplici cittadini e amministratori pubblici, pastori e parlamentari, ciascuno nel proprio ambito e con le proprie capacità e competenze. Responsabilità che investono chi una famiglia ha avuto e a sua volta ha saputo formarla e chi invece ha sofferto la mancanza di quella cellula naturale della società o ha visto andare in frantumi quella che aveva faticosamente costruito; responsabilità che riguardano anche coloro che vorrebbero invece fuggirle scaricandole su altri; responsabilità da cui non sono esenti coloro che sull’esempio di Gesù hanno “lasciato casa, famiglia e campi” per seguire una chiamata del Signore, né quanti, indipendentemente dalle proprie vicende personali, sono stati chiamati a legiferare in vista del bene comune.

Ed è in questo intreccio di responsabilità, vitale per l’essere e il benessere della società, che il Consiglio permanente dei vescovi italiani ha voluto inserire il proprio contributo specifico che consiste nell’“illuminare la coscienza dei credenti perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune”. Infatti, come ricorda una nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede, che i vescovi citano in un altro passaggio, “nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente” ed è “dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza”: questa coerenza è la responsabilità grave che hanno i parlamentari cattolici, cui l’intera compagine ecclesiale deve essere grata per la loro disponibilità ad assumerla anche nelle situazioni più complicate. Spetta a loro valutare i mezzi politici e gli strumenti giuridici più adeguati per garantire il rispetto dei diritti e doveri di ogni cittadino; sta a loro cercare e trovare le modalità per tradurre in proposte condivisibili dall’insieme della popolazione i convincimenti profondi che nascono dalla loro coscienza rettamente illuminata; sta a loro vagliare responsabilmente come coniugare i principi etici cui aderiscono con il bene comune – non astratto o ideale ma possibile e concreto – dell’insieme del paese.

Questi cristiani impegnati in politica, che “non sono – ha scritto il cardinale Bertone – la longa manus della santa Sede o della CEI, hanno il compito di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità”. Nessuno può sostituirsi alla coscienza personale, là dove l’essere umano coglie e riconosce l’esperienza di Dio, anche se ogni cristiano deve sforzarsi affinché essa sia sufficientemente informata soprattutto nel confronto con la comunità ecclesiale e i suoi pastori. Compito arduo che potrebbe portarli anche a scelte sofferte e laceranti, come quelle ventilate dall’enciclica Evangelium vitae di fronte a opzioni legislative su un argomento ben più radicale di quello dei diritti e doveri dei conviventi. Così la già citata nota dottrinale riprende le affermazioni di Giovanni Paolo II: “nel caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e nota a tutti, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica”.

D’altronde è una responsabilità che condividono con quanti, nella loro stessa funzione pubblica, rispondono alle istanze della propria etica laica. E sono responsabilità analoghe che tutti quanti dobbiamo assumerci, all’interno della famiglia, della scuola, del mondo del lavoro, della società: responsabilità precise e non delegabili nell’educazione delle giovani generazioni, nella proposta di modelli di vita e di comportamento, nella trasmissione dei principi fondanti la convivenza civile, nella promozione e nella difesa dei diritti fondamentali di ogni essere umano… Mi pare che in questo senso tutti i cattolici debbano riprendere il richiamo che Benedetto XVI ha fatto nella sua recente esortazione postsinodale sull’urgenza e il dovere della coerenza tra ciò che si vive e ciò che si professa. E qui va detto che ciò che più addolora e indigna molti cristiani è l’ipocrisia presente nella discussione su questi temi: i grandi difensori di questi valori appaiono sovente coloro che li contraddicono in modo pubblico e conclamato con il proprio vissuto.

In conclusione, ci augureremmo che la CEI si esprimesse di più e con parresia – sempre restando sul terreno profetico pre-politico – su temi come quello della giustizia e della legalità, dove sono in gioco i cardini stessi dell’ordinamento civile, o su quello della pace e della guerra che concerne la vita stessa di intere popolazioni. Solo così non si avrà l’impressione che l’attenzione pastorale si concentri solo su questioni di etica privata, legate in particolare alla sessualità, evadendo le questioni cruciali attinenti all’etica pubblica: i non cristiani comprenderebbero maggiormente la “differenza cristiana” e i cristiani non sarebbero contestati perché troppo rilevanti su alcuni temi e troppo sordi o assenti su altri.

Enzo Bianchi

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