Vive la France…

Il 22 aprile si conosceranno i nomi dei due politici francesi che si contenderanno il trono dell’Eliseo nel finale duello del 6 maggio. Di trono infatti si tratta, perché il Capo di Stato in Francia è sovrano dotato di aura sacrale e incarna la nazione, quasi si trattasse di riparare il regicidio del 1793 e di restaurare il monarca divino. La parola incarnazione torna spesso in queste elezioni. È segno che la politica ha di nuovo bisogno di simboli religiosi, tanto appare impotente. È segno che molti si aspettano una personalità non del tutto mondana, profana. Sono in voga i santi, e in primis Giovanna d’Arco. Ségolène Royal si presenta come figura d’incarnazione e pronuncia frasi sibilline come: «Mi iscrivo in un superamento», senza specificare quel che supera. Quando parla di dépassement, sembra adombrare una trascendenza più che un oltrepassare. Questo bisogno di sacro e d’incarnazione è diffuso, e illustra bene lo stato d’animo fideistico, nebbiosamente desolato, dei principali candidati. È come se la Francia politica si fosse installata in una condizione vissuta come fatale: la disfatta, la decadenza. È come se si trattasse di costruire a partire da un disastro avvenuto. Il senso del declino irriga da anni i discorsi elettorali, le analisi economiche. La Francia malata che fatica a guarire è metafora ricorrente e ogni cosa è vista in un’ottica medica, è interpretata come infermità di organismi sconnessi che si disfano, di corpi che non resistono al nuovo, di morbi che preparano putrefazioni. La medicalizzazione del linguaggio politico è un luogo comune anche in Europa, e in Francia non è nuovo.

La disfatta è culturale, dovuta a due elementi: l’installarsi ormai inestirpabile dell’estrema destra, e la fine della Francia motore d’Europa. I fenomeni sono tra loro collegati: la Francia non sarebbe così irrilevante nell’Unione, se il discorso nazional-protezionista non fosse tanto possente. E quest’ultimo non sarebbe possente se Parigi avesse lavorato più concretamente per costruire e ricostruire l’Europa. Sono decenni che l’estrema destra è rappresentata da Jean-Marie Le Pen, e il protagonista della campagna elettorale è ancora una volta lui. Magari alla fine si faranno strada Sarkozy a destra e Ségolène a sinistra: ma ambedue si presentano come sintomi e specchi, più che come risposte. Chi ha idee e iniziativa è Le Pen ed è il centrista Bayrou, che non s’accontenta d’esser specchio e propone inediti equilibri parlamentari. Con pertinenza, Stephen Philip Kramer sostiene, nel numero di Foreign Affairs del luglio-agosto 2006, che Le Pen è il vero kingmaker, il personaggio che decide chi sarà re. I suoi temi sono divenuti temi di tutti (sicurezza, immigrazione, identità) e sua è l’idea che l’establishment sia colpevole della decadenza nazionale. L’anti-establishment, scrive Kramer, appartenne per decenni ai comunisti ma ha traslocato ora verso l’estrema destra. In Europa è già accaduto: con Haider in Austria, Berlusconi e Lega in Italia, i fratelli Kaczynski in Polonia. Ma la Francia estende l’esperimento: l’intero arco delle forze politiche è stregato da Le Pen e dalle sue menzogne sull’Europa divoratrice di sovranità e identità. (…)

Non tutto è andato male in questi decenni, a cominciare dal governo socialista di Jospin (aumento dell’occupazione, privatizzazione dell’economia) e il suo naufragio alle presidenziali del 2002 è senza gran rapporto con la realtà: Jospin fu sorpassato al primo turno da Le Pen perché la sete d’illusioni era soverchiante, non perché Jospin fosse rovinoso. La disfatta francese è in gran parte immaginaria, il declino viene esagerato. Una cosa certo s’è disfatta: l’idea che ci si faceva di una sovranità inalterata. Ma proprio quest’illusione resta in piedi, e la parabola Jospin non ha insegnato nulla. Le Pen preserva il miraggio e questa resta la sua forza di kingmaker. Di rovine identitarie la Francia ne ha conosciute molte in passato e di strana instabilità mentale parla lo storico Marc Bloch, in un libro scritto quando il paese fu vinto da Hitler nel ’40 (La strana disfatta è tradotto da Einaudi).

E Sarkozy, in un’intervista… dice di esecrare proprio la massima che più aiuterebbe, oggi, i francesi: «Nella conversazione – scrive Onfray – Sarkozy mi confida che non ha mai ascoltato qualcosa di così assurdo come la frase di Socrate: “Conosci te stesso”. Resto di ghiaccio.
Quest’uomo ritiene dunque vana la conoscenza di sé». Sarkozy è il più vicino al Fronte Nazionale, com’è ovvio: Le Pen nasce a destra, e assorbirlo spetta a quest’ultima. Sarkozy sogna di incorporarlo per soffocarlo, come fece Mitterrand con il Pc. Ma Le Pen ha il vento in poppa, mentre i comunisti non l’avevano; Le Pen è kingmaker, i comunisti non lo erano. Manca infine a Sarkozy la calma di Mitterrand. Costantemente eccitato, si è insediato stabilmente nel declino perché tutto quel che va male lo avvantaggia: fu così dopo il referendum europeo, e dopo le violenze in banlieue nel 2005. Sarkozy vive di quelle che vengon chiamate malattie, dunque le accentua: il pericolo di una sua vittoria è qui. Forse sarebbe in grado più di altri di riformare e aprire a forze nuove, ma il suo bisogno di conflitto, di odio e di paura è molto grande e liberarsene non sarà facile. A forza di crescere sulla paura o sul disgusto dell’establishment, sia Sarkozy sia Ségolène corrono il pericolo di precipitare nell’ottusità…

Così tenace è l’attaccamento alle illusioni, a sinistra e a destra. Così ben distribuita è la stupidità anziché il buon senso. Così forte il potere immobilizzatore di Le Pen, facitore di re.

Barbara Spinelli

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