Centochiodi – Ermanno Olmi…

“Prima di iniziare le riprese sapevo che questo sarebbe stato il mio ultimo film narrativo di messa in scena”: Olmi ha dunque scelto di allontanarsi per sempre dal cinema di finzione. Una dichiarazione laconica, frutto di una scelta certamente sofferta ma serena. centochiodi racconta di un professore di filosofia in crisi di identità e in aperto scontro con tutto ciò che la cultura ha rappresentato per lui fino a quel momento, determinato ad abbandonare l’insegnamento. Viatico al racconto una frase di Klibansky posta in apertura: “Ma i libri, pur necessari, non parlano da soli”. Parole che rimandano a una critica del sapere dimentico di chi è chiamato a dar vita a quelle stesse parole, cioè l’uomo. Così il Professore, interpretato da Raz Degan, nell’inizio, ambientato nella Biblioteca Universitaria di Bologna, decide di liberarsi di un passato speso a ricercare la Verità e ferma con i chiodi al pavimento cento preziosi testi religiosi. E’ il suo modo di dire basta e inchiodare, letteralmente e metaforicamente, studi e scienze alle loro responsabilità e allo stesso tempo di fissarli in modo che non possano seguirlo. Dal gesto di apparente follia prende le mosse una storia simbolica, complessa, stratificata nella sua apparente semplicità. Il cui cuore pulsante è rappresentato dall’incontro del protagonista con la comunità di un borgo sulle rive del Po. Gli uomini e le donne che il Professore conosce sono la personificazione della natura naturale. In questo ambiente il giovane trova conferma al suo atto criminoso: il sapere è una sovrastruttura condizionante, la civiltà uno strumento di sopraffazione dei più deboli. Nella piccola enclave il Professore è accolto come un Messia. Ma cos’è realmente centochiodi? Una parabola? Una critica alla società che non è più in sintonia con la natura? Un invito alla ribellione? Un giudizio sulle forme in cui si attua il cristianesimo oggi? Un pamphlet morale e non certo moralista? centochiodi è questo e altro. Atto di accusa contro il consumismo. Invito al recupero dei veri valori. Smascheramento del mito della falsa felicità su cui sembra costruito il destino di molti. E inoltre è silenzio. Un silenzio che si trasforma in un urlo: quello dell’uomo che ha il dovere di utilizzare gli strumenti della conoscenza per opporsi al degrado ambientale, alle guerre, alla perdita dei valori. E allora appare chiaro che centochiodi è anche un film testamento, un’opera che per l’Olmi che ha intenzione di lasciare il cinema non può non rivelarsi definitiva. centochiodi tuttavia contiene anche un ulteriore elemento prezioso relativo allo stile. Si apre come un film tradizionale costruito su una regia che rispecchia gli intenti narrativi, e nella parte sul Po diventa invece naturalistico, al limite del documentario. Quel documentario cui l’autore dice di voler tornare…

Angela Prudenzi

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