Motu Proprio Summorum Pontificum

Se il messale è una bandiera
La Repubblica, 8 luglio 2007-08-14

Molto atteso dai pochissimi cattolici “tradizionalisti” e molto temuto dai vescovi e dalle chiese locali, è stato promulgato, dopo molte dilazioni indicatrici di incertezze, il motu proprio Summorum Pontificum che “liberalizza” il rito della messa vigente prima della riforma liturgica. Preconizzato da più di un anno, ha destato grandi preoccupazioni e ha acceso un dibattito di grande qualità: conferenze episcopali, singoli vescovi, teologi e liturgisti hanno analizzato con spirito di pace e volontà di riconciliazione con i tradizionalisti scismatici i problemi e le derive che potrebbero inoculare contrapposizioni e ulteriori divisioni tra i cattolici. Sì, perché in questi quarant’anni del post-concilio, le chiese hanno percorso un lungo cammino, spesso faticoso, nell’attuazione della riforma liturgica, hanno registrato anche qua e là abusi e contraddizioni allo spirito dell’autentica liturgia cattolica ma, come ha affermato Giovanni Paolo II nel 1988, “questo lavoro è stato fatto sotto la guida del principio conciliare: fedeltà alla tradizione e apertura al legittimo progresso; perciò si può dire che la riforma liturgica è strettamente tradizionale, ‘secondo i santi padri’” (XXV annus n. 4). Di conseguenza, nel chiarire le possibilità offerte ai tradizionalisti Giovanni Paolo II precisava che “la concessione dell’indulto non è per cercare di mettere un freno all’applicazione della riforma intrapresa dopo il concilio (Udienza generale del 28.9.1990).
Noi cattolici, ma per la convinzione profonda che il vescovo di Roma è il servo della comunione ecclesiale, obbediamo anche a prezzo di fatica, di sofferenza e di non piena comprensione di ciò che ci vien chiesto autorevolmente e che non contraddice il vangelo: siamo anche capaci di obbedienza pur dissentendo lealmente e con pieno rispetto. Questa obbedienza che vuole essere evangelica e “in ecclesia”, richiede che ci esercitiamo a pensare e riflettere per capire maggiormente e per animare la comunicazione in vista di una comunione matura e salda, per fare di tutto affinché la chiesa non soffra di disordine e di ulteriori contrapposizioni: chi ha un vero sensus ecclesiae questo soprattutto teme!
Dunque questo motu proprio deve essere accolto come un atto di Benedetto XVI teso a metter fine allo scisma aperto dai lefebvriani e alla “sofferenza” di altri pur restati in comunione con Roma. Il papa è consapevole che più passano gli anni, più le posizioni si induriscono, più ci si abitua allo scisma e si affievolisce il desiderio di una reciproca riconciliazione tra chiesa e scismatici. È in questa prospettiva che va compreso e accolto questo motu proprio, come dice la lettera personale del papa che lo accompagna: “fare tutti gli sforzi affinché, a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”.
Per questo il papa autorizza con liberalità la celebrazione della messa conformemente al messale detto di Pio V (riedito nel 1962 prima della celebrazione del concilio e perciò detto anche “di Giovanni XXIII”) sicché ora “ogni sacerdote cattolico … può usare o il Messale Romano promulgato nel 1962 dal B. Giovanni XXIII, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970 … senza alcun permesso, né della Sede apostolica, né del suo Ordinario”.
Si esce così dall’indulto concesso da Giovanni Paolo II nel 1984 e ribadito nel 1988, perché allora si dava la possibilità di celebrare la messa detta di Pio V se il vescovo lo permetteva, mentre ora vi è la possibilità di celebrarla e il vescovo non può proibirla. La forma della messa di Pio V non è più dunque “eccezionale” ma “straordinaria”, non è più una deroga alle regole ma permessa dalle regole. Scrive testualmente il papa: “Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è l’espressione ordinaria della ‘legge della preghiera’ … tuttavia il Messale promulgato da Pio V … deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa ‘legge della preghiera’ … Queste due espressioni sono due usi dell’unico rito romano”.
Ma per chi è stata promulgata questa nuova legislazione? La risposta non è semplice perché quanti chiedono la possibilità di praticare il messale di Pio V sono una galassia numericamente ridotta ma molto variegata. In tutto il mondo questi cattolici con sensibilità tridentina sono circa 300.000 con circa 450 preti, sul totale di un miliardo e 200 milioni di cattolici, e di essi circa la metà appartiene alla porzione scismatica dei seguaci di mons. Lefebvre. Nel motu proprio si pensa certo a questi ultimi – per quali, afferma la lettera, “la fedeltà al messale antico divenne un contrassegno esterno” – ma c’è attenzione soprattutto ai tradizionalisti in comunione con Roma, quelli legati al rito diventato per loro familiare fin dall’infanzia.
Accanto a questi cattolici, scismatici o no, all’orizzonte affiorano anche giovani preti che vorrebbero ritornare all’antico rito e alcuni movimenti ecclesiali che auspicano una ripresa di un’identità fondamentalista cattolica; vi è poi un’appariscente deriva di confraternite e ordini cavallereschi vari che attendono di poter celebrare in latino per rinvigorire il loro folklore e ridare lustro alle loro livree medievali.
Ma qui sorge una serie di domande che esigono una risposta evangelica e una responsabilità conforme al sensus ecclesiae da parte di tutti: vescovi, presbiteri, fedeli cattolici. Non è che questi gruppi si nascondano dietro i veli della ritualità post-tridentina per non accogliere altre realtà assunte oggi dalla chiesa, soprattutto attraverso il concilio? Il messale di Pio V non rischia di essere il portavoce di rivendicazioni di una situazione ecclesiale e sociale che oggi non esiste più? La messa di Pio V non è per molti una messa identitaria, preferenziale e dunque preferita rispetto a quella celebrata dagli altri fratelli, come se la liturgia di Paolo VI fosse mancante di elementi essenziali alla fede? C’è oggi troppa ricerca di segni identitari, troppo gusto per le cose “all’antica”, soprattutto in certi intellettuali che si dicono non cattolici e non credenti e misconoscono il mistero liturgico.
E ancora, perché alcuni giovani che non sono nati nell’epoca post-tridentina e non hanno mai praticato come loro messa “nativa” quella pre-conciliare, vogliono un messale sconosciuto? Cercano forse un messale lontano dal cuore ma praticato dalle labbra? E se la celebrazione della messa risponde alle sensibilità, ai gusti personali, allora nella chiesa non regna più l’ordo oggettivo, ma ci si abbandona a scelte soggettive dettate da emozioni del momento. Non c’è forse il rischio, in questo soggettivismo, di incoraggiare ciò che Benedetto XVI denuncia come obbedienza alla “dittatura del relativismo”?
E perché coloro che chiedono il rito di Pio V si sentono i “salvatori della chiesa romana”? Salvatori rispetto a cosa? A un concilio ecumenico presieduto dal vescovo di Roma? Perché assicurano: “Vinceremo … tutta la chiesa tornerà all’antica liturgia!”? Questo non è un cammino di riconciliazione e di comunione, ma di rivincita, di condanna dell’altro, di rifiuto di riconoscere le colpe rispettive… Sì, c’è il timore che si risvegli nella chiesa una serie di rapporti di forza in cui c’è chi perde e chi guadagna. Ma questo risponde più a un’ottica mondana che a un’ottica evangelica!
Ogni cattolico – anche chi come me può testimoniare con gioia per averlo a lungo praticato che il messale di Pio V lo ha fatto crescere nella fede, nell’intelligenza eucaristica e nella vita spirituale e lo sente come un monumento liturgico, un’architettura rituale capace di far vivere la comunione diacronica di tutta la chiesa – deve interrogarsi per non lasciare spazio a forme di idolatria e, con il cardinale Ratzinger, “ammettere che la celebrazione dell’antica liturgia si era troppo smarrita nello spazio dell’individualismo e del privato e che la comunione tra presbitero e fedeli era insufficiente”. Sì, nessun idealismo né sul messale né sulla sua pratica e non sia un messale a far guerra all’altro messale, perché così si sfascia la chiesa.
Mons. Fellay (il successore di Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X) ha dichiarato che “la liberalizzazione del messale di Pio V provocherà una guerra nella chiesa con una deflagrazione pari a quella della bomba atomica”. Sono parole gravi, ma che ci fanno restare vigilanti! Né si dimentichi che è sempre stato ed è tuttora possibile celebrare in latino: non è una questione di lingua, perché anche il messale di Paolo VI è in latino e in esso è confluito, seppur riformato, il messale di Pio V.
Benedetto XVI scrive nella lettera che d’ora innanzi non ci sono due riti ma “un uso duplice dell’unico e medesimo rito” e tuttavia non si possono tacere le differenze: tra un “uso” e l’altro ci saranno letture bibliche sempre diverse, si vivranno i tempi liturgici in modo diverso, con feste del Signore e dei santi in date diverse; con il messale di Pio V si sarà autorizzati a pregare in modo non conforme all’insegnamento ecumenico del Vaticano II, così si pregherà per “eretici e scismatici perché il Signore li strappi da tutti i loro errori”, mentre per gli ebrei si userà l’espressione “popolo accecato”. Cosa significherà questo nei rapporti ecumenici con le chiese e con gli ebrei?
Sì, verificheremo cosa accadrà nella chiesa e come crescerà o sarà contraddetta la comunione. Sarà determinante l’azione dei vescovi, ai quali “spetta salvaguardare l’unità concorde, vissuta nelle celebrazioni della diocesi” (Sacr. Car. 39). La stragrande maggioranza dei vescovi e intere conferenze episcopali nazionali e regionali, anche italiane, hanno manifestato la loro opposizione a questo provvedimento, ma ora nell’obbedienza e per amore della chiesa dovranno discernere come compaginare la comunione che è sempre innanzitutto comunione liturgica. I vescovi non smettano di chiedere a quanti vogliono praticare la messa di Pio V un’accettazione del concilio e della sua riforma liturgica come legittima e conforme alla verità e alla tradizione cattolica: le espressioni possono essere diverse, ma uno è il vescovo e il presbiterio attorno a lui.
L’unità non può essere realizzata a qualsiasi prezzo, né a prescindere dall’autorità del vescovo in comunione con il papa. Il viaggio della barca della chiesa non è ancora giunto al suo termine e nessun porto può diventare una meta, ma solo un luogo di sosta e di transito: anche il messale di Pio V, anche quello di Paolo VI… C’è ancora un altro domani anche per la forma della liturgia.
Enzo Bianchi

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