Nella valle di Elah…

Il Crash dell’America si chiama Iraq. E non è un “contatto fisico” che si risolve semplicemente nell’immanenza di un conflitto sul campo. Basta rimanere convinti che “everything’s all right”, che attraverso il sacrificio di qualche (!) valoroso caduto possa trovare conferma quel senso di appartenenza da contrabbandare in terre altre, da condurre ad utopiche e forzate “democrazie”, per perdere di vista il dramma di una guerra urbana che non ha, e non avrà, vincitori né vinti, ma solamente fantocci di sopravvissuti. È nella consapevolezza di un desolante e aberrante “dopo”, anche conseguenza di un inferno presente mai raccontato dai media statunitensi, sempre più ostaggio delle istituzioni e cooptati dall’esercito stesso, che si muove Nella valle di Elah, secondo lungometraggio diretto da Paul Haggis, regista premio Oscar per il Miglior Film nel 2006 e sceneggiatore prediletto da Clint Eastwood (suoi, oltre a Million Dollar Baby, gli script di Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima). Ispirato contemporaneamente a due storie vere, una raccontata da quella foto che ritraeva la morte del bambino travolto da un convoglio militare (visibile alla fine dei titoli di coda del film), l’altra pubblicata sulle pagine di “Playboy” e firmata da Mark Boal (Morte e disonore, articolo dove viene portato alla luce l’omicidio di un giovane soldato appena rientrato dall’Iraq, sul quale indagò in prima persona il padre della vittima), Nella valle di Elah assume i connotati di una nuova, “piccola” pietra: la stessa con cui, migliaia di anni fa, il giovane David affrontò Golia. Il gigante da affrontare si chiama stavolta “senso di responsabilità”, biblicamente assente nella decisione di re Saul, messo pesantemente in discussione oggi, laddove un’intera nazione si ritrova a fare i conti con la scelta di aver spedito tanti giovani, uomini e donne, in quel tremendo malinteso conosciuto come “guerra in Iraq”. Mantenendo tale contesto dapprima sullo sfondo e chiamando immediatamente a sé l’attenzione dello spettatore nella ricerca che Hank, padre risoluto e silente, patriottico e militare in pensione (un immenso Tommy Lee Jones), porta avanti per ritrovare il figlio, scomparso appena una settimana dopo esser rientrato in New Mexico dopo la missione irakena, Paul Haggis utilizza le dinamiche del giallo – puntando su atmosfere e suggestioni notturne che in alcuni casi fanno addirittura pensare all’Hardcore di Paul Schrader – per costruire e incanalare la suspense in un vicolo cieco, dall’uscita a ritroso dolorosamente lancinante: scoprire la verità, per quel padre già afflitto dalla morte di un figlio pilota d’elicotteri, sarà più semplice che poterla accettare. Quarantadue coltellate, il corpo fatto a pezzi e un rogo per farne sparire i resti: questo è ciò che rimane di Mike, ucciso, si scoprirà poi – grazie alla tenacia dello stesso Hank (messo sulla pista giusta anche dalle foto e dai video estrapolati dal telefono cellulare del figlio) e alla collaborazione di una detective di polizia interpretata da una convincente e sommessa Charlize Theron senza un motivo, dalla banalità e l’orrore di un male partorito dall’inebetimento di una generazione condannata a distruggere. O all’autodistruzione. “È successa una cosa, papà. Devi tirarmi fuori di qui”: Hank non poteva sapere, immaginare che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe sentito la voce del figlio, distrutto da uno scenario d’indicibile orrore, spronato dal padre a resistere perché l’orgoglio di essere lì per la patria lo avrebbe aiutato a superare qualsiasi difficoltà. Inopinatamente snobbato nel recente palmares del Festival di Venezia, Paul Haggis lascia dietro di sé le fredde dinamiche che lo guidarono alla confezione di quel “capolavoro” studiato a tavolino che fu Crash e riporta il cinema a misurarsi con i drammi rappresentati dalla guerra e dalle sue conseguenze, sperando “che la gente, dopo la visione, possa interrogarsi sull’utilità di un conflitto come questo, che costringe la società a subire il peso di perdite irrecuperabili sia in termini umani che di credibilità”. Perché è una nazione non solo sconfitta, ma in cerca d’aiuto, l’America che capovolge la sua bandiera in uno dei finali simbolicamente più struggenti degli ultimi anni: una superpotenza che piange i propri figli, morti o sopravvissuti, costretti ad un destino che – statistiche alla mano – li vuole di ritorno dall’Iraq in stato confusionale, spingendoli a scomparire in un male di vivere senza soluzione.


Valerio Sammarco

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