Annunciare il Vangelo?

Annunciare il vangelo ai giovani
Come annunciare la Buona Novella agli abitanti delle grandi città d’Europa? Vorrei riflettere su questa domanda alla luce dell’incontro di Gesù con Natanaele, narrato nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni.La prima reazione di Natanaele è di rifiutare Gesù. “Può venire qualcosa di buono da Nazareth?”.
Arriva a riconoscere Gesù solo perché Gesù lo riconosce: “Ecco un vero israelita, in lui non c’è niente di falso”. “Quando tu eri sotto il fico, io ti ho visto”. Incontrare Gesù è sempre incontrare qualcuno che ci riconosce prima. L’evangelizzazione comincia col riconoscimento di quelli cui ci rivolgiamo. Il risentimento verso la Chiesa cattolica è, credo, essenzialmente causato dall’impressione di essere ritenuti invisibili. Molte persone, nella Chiesa e fuori di essa, soffrono di questa sorta di invisibilità: le donne, le minoranze etniche, i poveri, gli omosessuali. Che potrebbe significare per noi riconoscere coloro ai quali portiamo il Vangelo? Nell’enciclica Deus caritas est, Benedetto XVI scrive che “guardando con gli occhi di Cristo io posso dare all’altro ben più delle cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo d’amore di cui egli ha bisogno” (n. 18). Lo sguardo d’amore deve fare in modo che l’identità che le persone rivendicano le riempia anche di bontà. Solo allora possiamo invitarle a scoprire un’identità più profonda in Cristo. È perché Gesù ha guardato il giovane ricco e l’ha amato come era (Mc 10,21) che ha potuto invitarlo a diventare povero e a seguirlo. Quindi l’annuncio della buona notizia ai giovani comincia col piacere di stare con loro, portandoli nella vita del Figlio nel quale il Padre si è compiaciuto: “Tu sei il mio figlio prediletto nel quale ho messo tutta la mia compiacenza” (Mc 1,11).
I giovani costruiscono la loro identità essenzialmente in due modi: con il consumo e le relazioni. I vestiti che indossano, la firma dei loro jeans, i loro piercing, il loro modo di pettinarsi, tutto questo proclama: “Sono io”. I loro genitori trovavano la loro identità nel loro lavoro in quanto produttori. Invece è in quanto consumatori che i loro figli scelgono ciò che saranno. I prodotti che voi comprate contengono la promessa di fare di voi la persona che voi vorreste essere.
La seconda maniera di rivendicare la propria identità è costituita dalla rete di amici e dalla famiglia, che per i giovani tra 15 e 25 anni sono di un’importanza estrema. Bisogna prima di tutto amare i giovani come si presentano prima di amarli per quello che saranno, cioè figli di Dio. Il nome di Natanaele significa: Dio ha dato. Ma noi non possiamo accettare questo dono che Dio ci dà nella persona di Natanaele prima ancora di accettare la maniera in cui Natanaele si dona a noi. Riconoscere i giovani è anche amare le loro relazioni.
Qui affrontiamo una prima grande sfida per l’evangelizzazione. Numerosi sono i giovani la cui identità ha le proprie radici in famiglie rotte e “irregolari”. Allora, può darsi che appartengano a una famiglia monoparentale, che i loro genitori vivano con altri partner, compagni che abbiano essi stessi i loro figli o si iscrivono in una relazione omosessuale. Riconoscere questi giovani è anche amare le loro relazioni. Ci diranno: “Per accettarci dovete accettare anche i nostri vicini”. La Chiesa deve difendere il nostro modello ideale della famiglia: quello dell’uomo e di una donna indissolubilmente impegnati l’uno verso l’altro fino alla morte. Ma come fare senza dare l’impressione di misconoscere le famiglie che non ce l’hanno fatta, rotte, che sono quelle di tanti giovani? Per loro ciò significa rifiutare di accettarli e riconoscerli nel rispetto delle fedeltà che definiscono la loro identità.
Se lottiamo per la difesa della famiglia in un modo che pare negare tutti gli altri legami e appartenenze, daremo l’impressione di girare le spalle alla metà dei Natanaele d’Europa. Come potranno sentirsi a loro agio nella Chiesa se sembra che a loro si neghi il proprio luogo di vita?
Dobbiamo comprendere pure quello che i giovani ci dicono di se stessi e del mondo e cercare di entrare in questa concezione. La maggioranza crede in Dio, ma in un Dio che resta in secondo piano nel risolvere i loro problemi e le loro crisi. Indagini recenti rivelano che spesso sono felici di vivere senza riferimento alla trascendenza. La maggioranza non sperimenta quel vuoto che permetterebbe loro di accostarsi a Dio, un’aspirazione profonda. Sono semplicemente felici di vivere nel mondo ordinario, dove trovano il senso della loro vita, giorno per giorno. Il loro rifiuto della religione non è per niente aggressivo. 
Come diceva un giovane: “Se la fede ti conviene, bene, ma se non è il caso, lasciala andare”. L’evangelizzazione è l’incontro del Vangelo coi valori ai quali i giovani sono attaccati, accettandoli e al contempo considerandoli con occhio critico. La bontà, la libertà, l’autenticità costituiscono i valori fondamentali per la loro vita. Come questi valori possono incontrare la libertà e la bontà di Cristo la cui verità ci rende liberi?
La bontà
I giovani vogliono essere felici. Ma la felicità che cercano è fragile e minacciata. Devono lottare per difenderla da un mondo segnato da violenza, abusi sessuali, droga, miseria delle città, spaccatura della famiglia. Soprattutto è una felicità obbligatoria. Negli Stati Uniti, dopo le compere, i commercianti salutano i clienti con la parola enjoy! Non si è liberi di sentirsi sfortunati ogni tanto! L’indagine sulla “generazione Y” conclude: “Non è facile far riconoscere la propria tristezza quando la felicità è ritenuta realizzabile. Per questo nei giovani la tristezza può rappresentare una fonte importante di vergogna, di solitudine nascosta”. Questo obbligo di essere felici è una delle cause dell’epidemia di suicidi che colpisce i giovani oggi.
La nostra gioia deve dunque essere la testimonianza fondamentale che rendiamo alla buona novella. La gioia non è che un pregustare l’abitudine per la quale siamo stati creati. Riflette l’esuberanza che invade chi ha bevuto il vino nuovo del Vangelo. Questa gioia affascina perché non si confonde con l’esclusione o la negazione della tristezza. Il contrario della gioia è la durezza di cuore che esclude ogni sentimento. La gioia del cristiano può contenere la tristezza, perché ha la sua sorgente in una storia con le dimensioni della vita di Cristo, che si sviluppa dal battesimo alla resurrezione, inglobando anche il venerdì santo. La nostra cultura è molto segnata dalla tendenza a vivere solo il presente. In questa prospettiva la gioia e la tristezza hanno un carattere assoluto. La nostra gioia inattesa proviene dal fatto che abbiamo situato la nostra vita nella storia più larga di Cristo, il quale “rinunciando alla gioia che gli era stata proposta, si sottopose alla croce, senza vergogna, e regna assiso alla destra di Dio” (Eb 12,2).
La libertà
Le indagini mostrano che la libertà per i giovani europei è uno dei valori fondamentali. Esistono parecchie specie di libertà. C’è quella del consumatore, di comprare ciò che desidera. In generale i giovani non danno tanta importanza ai soldi come tali, ma vi vedono uno strumento per essere liberi, andare dove vogliono e essere ciò che vorrebbero essere. In questa ottica la libertà è considerata come l’autonomia personale.
In realtà i giovani sono sempre meno liberi e sempre più sorvegliati dalle telecamere a circuito interno e perfino imprigionati. Da qui, la bella libertà di internet, che permette di abolire le distanze, di divertirsi, di essere quello che si vuole, disconnettendosi quando si è stufi.
Se la Chiesa vuole annunciare il Vangelo, dobbiamo incontrare questa sete di libertà, comprenderla, accettarla, condurre le persone sul cammino della libertà più profonda di Cristo. Questo compito non è facile perché la Chiesa è generalmente percepita come un’istituzione ostile all’autonomia personale, che detta regole e indica alle persone ciò che non possono fare. Secondo l’inchiesta sui valori degli europei, i giovani si rivolgerebbero alla Chiesa per una guida spirituale, ma senza accettare alcuna religione che ne limitasse l’autonomia personale. Hanno paura che la religione diventi sinonimo di “tu non puoi”. Se vogliamo dialogare con i Natanaele della generazione attuale, dobbiamo mostrare chiaramente che colui che ci chiama a seguirlo, ci rende liberi. Le persone devono essere stupite della libertà dei discepoli di Gesù.
Questo non sarà possibile se non abbiamo il coraggio di abbandonare ogni prudente timidezza così frequente nella Chiesa. Dobbiamo fare nostra la libertà vertiginosa di Gesù che ha donato la sua vita. È una libertà che ho incontrato soprattutto nei missionari, che spesso rischiano la vita per l’annuncio del Vangelo. E si tratta di una libertà insensata agli occhi di coloro che vivono solo il presente. È una libertà che anticipa il Regno, come il Giovedì Santo annuncia la Domenica di Pasqua, è la libertà del santo più che dell’eroe.
Come per la gioia cristiana, essa ha la capacità di inglobare il suo contrario. Il professor Samuel
Welles della Duke University ha scritto: “Un santo può sbagliare come un eroe non si può permettere, perché lo sbaglio di un santo rivela il perdono e le nuove possibilità che Dio dona e che il santo è solo un personaggio di secondo piano in una storia di cui Dio sarà sempre il tema fondamentale”.
L’autenticità
Questo valore da una parte si rivela fondamentale per i giovani e dall’altra suscita il dubbio. Esiste un’aspirazione profonda a essere sinceri verso se stessi. Questa sincerità corrisponde all’autenticità ed è sempre legata alla ricerca dell’identità. Il filosofo e politologo del Quebec, Charles Taylor, ha scritto: “Essere autentici verso se stessi significa essere fedeli alla propria originalità, ma solo la persona stessa può scoprirla. Nel farlo, definisco me stesso. Realizzo questa potenzialità che mi è propria. È la comprensione fondamentale dell’ideale moderno dell’autenticità e degli obbiettivi di auto-realizzazione nel quale essa è abitualmente espressa”.
Ma, d’altra parte, bisogna notare una profonda mancanza di fiducia verso ogni pretesa di verità assoluta. Nel mondo cibernetico, la verità è molteplice. Internet è un vasto supermercato di opinioni dove si sceglie ciò che uno sente essere vero per sé. Rispondere a questa sete di autenticità e allo scetticismo verso la verità mette la Chiesa davanti a una duplice sfida. Prima di tutto bisogna che noi siamo riconosciuti come persone autentiche, fedeli alle loro convinzioni, sinceri nei loro dubbi e nelle loro domande, e come testimoni la cui credibilità riposa sull’autenticità personale. Noi dobbiamo dire ciò che noi pensiamo veramente e vivere secondo le nostre convinzioni.
La seconda sfida riguarda il fatto che noi affermiamo la verità assoluta in un mondo in cui una tale pretesa è guardata con sospetto. Le verità assolute danno l’impressione di essere diametralmente opposte a ciò che è sentito come “la mia verità”. Come potrebbe un’istituzione qualsiasi avere il diritto di mettere questo in discussione? Così torna a rifiutarmi come persona. Senza contare che tutte le istituzioni sono sospettate di cospirare a dissimulare la verità. Al cuore dell’evangelizzazione si trova la Buona Notizia: la verità è una! Noi crediamo nell’unità della verità del Cristo. Se vogliamo offrire una testimonianza credibile su questo punto, le persone devono poter constatare che noi riconosciamo effettivamente quanto c’è di vero nelle convinzioni e nelle esperienze di coloro ai quali annunciamo il Vangelo. Come ha scritto mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano: “Io non posseggo la verità, ho bisogno della verità degli altri”. Noi dobbiamo assolutamente annunziare Cristo, ma essere umilmente attenti a ogni traccia di verità che scopriamo in chi non è credente o lo è diversamente. Come ha detto mons. Christopher Butler al Concilio: “Non temiamo che la verità metta in pericolo la verità”..
Se crediamo realmente nell’unità della verità, non avremo paura di riconoscere come verità anche quelle che sembrano in prima battuta contraddire ciò che noi veneriamo, sicuri che alla fine la riconciliazione sarà possibile, ma forse in un modo che impiegheremo molto tempo a scoprire.
Rifiutare o disprezzare ciò che altri ritengono verità perché sembra contrario all’insegnamento della Chiesa significa alla fine disprezzare colui nel quale si trova tutta la verità. Vuol dire ridurre la verità di Dio alla strettezza del nostro spirito.
Natanaele può esclamare: “Rabbino, tu sei figlio di Dio, tu sei il re di Israele”, perché Gesù aveva prima di tutto riconosciuto in lui un israelita nel quale non c’era falsità. Certamente dobbiamo alla fine mettere in discussione identità e valori di coloro ai quali ci rivolgiamo, ma solo perché li abbiamo prima di tutto riconosciuti e amato coloro che coltivano questi valori. Ma ci arriveremo solo quando potremo apparire gente che vive realmente i valori che proclama. Le persone devono percepire in noi una bontà che li affascina, una libertà che li seduce e un’autenticità che fa spazio a ciò che è vero nella loro esistenza. L’evangelizzazione esige, dunque, un profondo rinnovamento della Chiesa. Bisogna che moriamo e rinasciamo se vogliamo essere testimoni credibili.
Timothy Redcliffe

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