Intervista a Salvatore Natoli

Intervista a Salvatore Natoli a cura di Barbara Sartori
in “Avvenire” del 16 maggio 2008

«Che c’entri con noi Gesù Nazareno?» è il grido di un indemoniato, di un uomo che viveva su di sé l’esperienza del male. Come declinerebbe oggi questa accusa-provocazione alla figura di Cristo?
«Nel mondo dove albergano fame e violenza tutti gli uomini sono a rischio e non c’è gioia per nessuno. Quindi la carità torna utile a tutti»
«La dimensione del Cristo si è presentata fin dalle origini con la caratteristica di una persona che dà un annuncio di salvezza. E questo annuncio è rivolto proprio a chi è toccato dal male. Si tratta allora di capire cosa vuol dire salvarsi e da che cosa. Per chi non fa riferimento ad una trascendenza, la salvezza che Gesù porta consiste in una ‘secolarizzazione dell’incarnazione’ ».

Cosa intende con questa espressione?
«Gesù sulla croce prende su di sé il dolore del mondo. La verità dell’incarnazione è data dal fatto che Gesù inaugura la possibilità di una donazione incondizionata. Gli uomini possono ad ogni momento e sempre ripetere il suo gesto: darsi per intero agli altri. La carità è dunque un modo per dar seguito all’incarnazione, per sperimentare il divino nell’uomo. Da questo punto di vista anche un laico può intendere la salvezza portata da Cristo».

Quindi ogni uomo che sa condividere il dolore diventa strumento di salvezza per l’altro…
«Siccome gli uomini sono naturalmente vincolati all’amore di sé, credono di potersi salvare da soli. Presi da una sorta di delirio di onnipotenza, perdono la loro dimensione costitutiva, che è quella di essere dio per l’altro uomo. Possiamo essere dio gli uni per gli altri se ci trattiamo come sacri, con rispetto, con devozione; se ci prendiamo reciprocamente in custodia, anziché divorarci. Ognuno di noi è portatore di salvezza per l’altro se vive in una posizione di disponibilità. Gesù, più che immagine dell’incarnazione di Dio, diventa allora immagine della divinizzazione dell’uomo».

Quali sono a suo avviso i demoni da cui l’uomo di oggi ha bisogno di essere liberato?
«Il demone è sempre uno, che è la radice di ogni peccato: l’idea di autosufficienza di cui parlavo prima, perché quando si pretende tutto, ci si sente in diritto di distruggere tutto. Una modalità di praticare il male nel nostro tempo sta nell’indifferenza nei confronti dell’altro, nell’ignoranza dei suoi bisogni. Ma dal momento che l’uomo si rivela a sé stesso in una relazione, questa indifferenza diventa anche misconoscimento dei nostri stessi bisogni ».

Ci sono dei mali che la tecnica è riuscita a lenire. Ma di fronte ai mali della vita che non si possono alleviare?
«Il dolore fa parte della nostra vita. Non possiamo far finta di niente, dobbiamo imparare a conviverci. La tecnica ha contribuito ad emancipare l’uomo da alcune malattie. I tempi della tecnica però sono lunghi, non corrispondono ai tempi della vita. Io devo quindi affrontare i dolori della mia vita, quelli che la tecnica non sa dominare, con le mie forze, con le mie capacità. Ma esiste un dolore che possiamo evitare. Ed è quello che gli esseri umani si infliggono gli uni agli altri. L’uomo coltiva l’illusione di salvarsi dalla morte dandola agli altri. Vediamo le guerre, imprese altamente tecnologiche, nelle quali l’altro da noi è percepito come nemico. L’uomo è sempre più illuso che procurandosi una riserva di ricchezza ingente, a scapito degli altri, riuscirà ad assicurarsi la vita e ad allungarla. L’unico modo per sfuggire a questo impulso negativo e incoercibile dell’uomo è percepire l’altro da sé come compagno di strada. Ecco di nuovo il tema cristiano della carità: la figura di Cristo torna ad esser attuale e insieme scandalosa. È facile essere devoti, non è facile essere cristiani».

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