Gomorra

Stakeholder, ovvero mediatore tra la camorra e gli imprenditori del nord che vogliono liberarsi senza tanti problemi dei rifiuti tossici. E’ questo il ruolo d’avanguardia camorristica che spetta a Toni Servillo in una delle cinque storie (più un prologo-summa di morte e solarium) che compongono il liquido mosaico di Gomorra, diretto da Matteo Garrone e tratto dal  celebre libro di Roberto Saviano. (…)
Un mediatore che ascrive alla “categoria” il merito dell’ingresso dell’Italia in Europa e violenta l’infanzia senza battere ciglio: per rimpiazzare gli autisti dei camion della morte in fuga dopo la rottura di un bidone tossico, assolda dei ragazzini, che ammaestra come fossero bestie da soma alla guida di Tir e rimorchi, lungo i costoni di una cava di tufo dismessa. (…) 

Se l’innovazione principe del Gomorra libro non risiede tanto nel linguaggio, quanto piuttosto nell’adesione distaccata a una realtà prima ignota o ancora indagata secondo stereotipi esterni, il Gomorra film si fa “espressivo ovvero emotivo” – questa l’equazione politica di Garrone – per accostarsi a una realtà ancora ignota alla nostra enciclopedia cinematografica. Seppur tentennando, vedi la riproposizione nei camorristi del finale, Garrone sa azzerare l’iconografia del mafia movie, escludere le probabili ascendenze scorsesiane, per regalarci una visione inedita, una filmologia simbiotica all’antropologia in rapida evoluzione dell’universo camorra. Ecco, dunque, che accanto al “sottomarino” Don Ciro di Gianfelice Imparato, la nuova guardia ha il volto di un reduce del Grande Fratello, emblema antropologico della tensione fashionista e insieme mimetica della nuova camorra. Ecco, allora, che, accanto alla grande tradizione teatrale partenopea, l’altro grande serbatoio del casting sta nel teatro militante di Marco Martinelli, ovvero nei ragazzi di Scampia al di qua e al di là del carcere, con lo spazio residuo, se non marginale, occupato da comparse prese in loco o da “immagini-dinamite” quali la cantante Maria Nazionale

Sono scelte la cui importanza esula dal casting per interessare prepotentemente il film tout court: la regia di Garrone riguarda il profilmico almeno quanto il filmico. Se la sintassi è prevalentemente paratattica, l’azione raramente scandita dai tagli sul movimento dell’action movie, il montaggio timido, la musica mai over, ovvero la regia “non si sente”, l’esito felice del racconto audiovisivo di Garrone sta tautologicamente in quello che mostra e non mostra: in campo, ostacoli, nicchie e frammezzi alla nostra – e ancor prima sua – comprensione, tallonamento macchina a mano che dialettizza con prospettive oblique, visioni d’insieme architettoniche tanto belle quanto aliene. 

L’auspicata immersione in loco dello spettatore passa anche da un lavoro sul sonoro letteralmente straordinario: Garrone porta nella crew una figura ignota al cinema italiano, ovvero il sound designer Leslie Shatz, abituale collaboratore di Gus Van Sant, chiamato a far da collettore tra rumoristi, presa diretta e mix. E si sente, eccome. 

Gomorra apre dunque a nuovi territori cinematografici, mettendo in campo un lavoro poderoso, minuzioso quanto “im-mediato”, riuscendo a farsi complementare al libro, ovvero tradendolo con fedeltà e confermando, soprattutto, un grande regista: Matteo Garrone. Un regista-regista sul sentiero del capolavoro.

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