Il blues sciamanico del Mali…

Ieri sera al Porto di Boretto per il Festival Mundus:

TINARIWEN

Legendary poet guitarists and soul rebels from the southern Sahara desert. In 1963, shortly after independence, the Touaregs of Mali rise up against their new masters. This revolt is brutally suppressed. It is followed by terrible droughts which force thousands of refugees from Mali, Niger and Libya out on the road. It’s in the pain of exile that the Teshoumara is born. This movement proclaims the existence but also the necessary evolution of the Touareg people. This is when the guitars of the group Tinariwen first began to be heard.

Si tratta di canzoni dall’energia iconoclasta che, senza tradire le proprie radici, ‘suonano’ epiche e dirette e raccontano emozioni e tensioni degli ex guerriglieri tuareg riconvertiti alle chitarre elettriche e la vita e i problemi contemporanei di un popolo del Sahara che teme l’estinzione. Il deserto è la loro vita. La loro essenza. La loro identità. Non c’è da sorprendersi se Ibrahim Ag Alhabib e compagni hanno scelto di chiamarsi Tinariwen, ‘deserti’ nella lingua dei Tamashek, la popolazione semi-nomade berbera del Sahara che vive nel nord-est del Mali. Né tantomeno se il Festival du Désert, che si svolge ogni anno ai primi di gennaio tra le dune dell’oasi maliana di Essakane, è stato il palcoscenico che li ha imposti a livello internazionale all’inizio del nuovo secolo. In realtà, la storia dei Tinariwen viene da lontano e ruota attorno alla figura ribelle e carismatica di Ibrahim Ag Alhabib. E’ lui l’anima del gruppo. Il ‘guerrigliero del deserto’ costretto all’esilio sin da bambino, da quando suo padre fu ucciso dai soldati del Mali ai tempi della prima rivolta berbera, nei primi anni Sessanta, perché sospettato di fornire munizioni ai ribelli. Inutile sottolineare che per Ibrahim la ‘gioventù errante’ tra Algeria e Libia, lontano dall’altopiano di Adrar degli Iforas, nella regione di Kidal, è stata dura e avara di soddisfazioni. E lo stesso discorso vale per la maggior parte dei Tamashek (berberi o tuareg dir si voglia…) suoi coetanei, una sorta di ‘Generazione X’ obbligata a una vita da esuli e di stenti, complice l’instabilità politica e l’assedio della modernità che ha sfilacciato, forse irrimediabilmente, i legami sociali e ha finito per disgregare quel popolo che crede da sempre che il deserto è stato creato da Dio per trovare la propria anima. Tra i pochi motivi di conforto per Ibrahim c’è sempre stata la musica, la sua grande passione: le melodie tradizionali degli ‘uomini liberi’ del deserto e il blues di Ali Farka Touré; il raï ascoltato nelle taverne algerine di Orano e il chaabi marocchino, ma anche il rock e il pop occidentale di Boney M e Kenny Rodgers. Tutta musica che il ‘ragazzo raggamuffin’, il suo nome di battaglia, ha poi cercato di riprodurre con una chitarra che si è costruito da sé. È proprio con questa chitarra che, nella prima versione dei Tinariwen, si è esibito in concerti improvvisati negli accampamenti dei profughi Tamashek tra gli anni Settanta e Ottanta assieme ad Alhassane Ag Touhami, noto come il ‘leone del deserto’, e Inteyeden Ag Ableine, altri due esiliati suoi compatrioti.

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