Un punto di vista protestante…

Intervista a Olivier Abel, filosofo protestante, a cura di Bernadette Sauvaget / in “Réforme” n° 3287 del 18 settembre 2008

Che cosa merita particolare attenzione, secondo lei, del discorso di Benedetto XVI al collège des Bernardins?

Il papa sviluppa l’idea che i monaci bernardini non esercitavano quel lavoro intellettuale per conservare una cultura cattolica o per crearne una nuova. Il loro scopo era cercare Dio. Questa affermazione mi sembra molto importante ed è un punto di comunione, al di là delle nostre identità confessionali, con i credenti cattolici. Personalmente mi sento effettivamente toccato da questo. Nella nostra epoca c’è un qui pro quo. Certo, la religione interessa, ma come cultura, unicamente come cultura. Gli intellettuali francesi se ne interessano. Al contempo, abbandonano completamente la fede e considerano la ricerca di Dio un infantilismo. Il papa non ha proposto una lotta culturale per difendere la cultura cattolica, atteggiamento che sarebbe stato quasi maurassiano. Ha proposto una dimensione propriamente spirituale.

In che cosa l’intelligentsia francese resta cattolica, secondo lei?

È cattolica implicitamente, si potrebbe dire inconsciamente, a volte perfino involontariamente. Gli intellettuali francesi sono per lo più degli atei cattolici. In gioventù o in passato hanno lasciato il cattolicesimo. Vi ritornano per attaccamento ad una cultura. Hanno bisogno del padre, di un padre che dia loro la legge, pronti poi a trasgredirla. È una posizione tipica dell’intellettuale francese. La ritroviamo anche in una concezione molto giacobina, molto gerarchizzata del potere, della corte…

Nel suo discorso ai Bernardins, Benedetto XVI ha messo l’accento sul rapporto con le Scritture. Che cosa ne pensa?

A partire dal Vaticano II, il rapporto con le Scritture è un punto di grande apertura del cattolicesimo. E continua e si approfondisce. È un secondo punto di comunione e comunità che i protestanti possono avere con i cattolici. Noi condividiamo tutte queste ricerche. Anche noi non crediamo ad una sorta di interpretazione delle Scritture senza che siano prese in considerazione le comunità successive che hanno ricevuto il testo biblico. L’opposizione brutale tra la Scrittura e la Tradizione che segnava i tempi della Riforma non è più attuale.

(…) Questo viaggio non lascia anche l’immagine del trionfo del papato?

Questo è un punto su cui esprimo le mie riserve. Nel corso del suo viaggio, Benedetto XVI ha messo in guardia contro la seduzione delle idolatrie. Eppure, tutto quel cerimoniale attorno al papa è comunque idolatria! C’è un culto della personalità assolutamente incredibile! Il papato è al cuore del rapporto ambiguo che noi abbiamo con il cattolicesimo come forza politica. La Chiesa cattolica è una forza politica che è realmente entrata, come afferma incessantemente, nel contratto della laicità? O c’è invece, nella sua concezione della laicità, qualcosa che destabilizza continuamente i termini del problema? Sotto il regime hitleriano, il teologo Karl Barth aveva stabilito tre atteggiamenti possibili di una Chiesa rispetto allo Stato: una Chiesa di Stato, una Chiesa libera o una Chiesa confessante che protesta, che resiste allo Stato. La Chiesa cattolica ha potuto, secondo i tempi e i paesi, essere di volta in volta classificata nelle tre categorie, ma, al contempo, essa non è nessuna delle tre. Poiché, anche quando è la Chiesa ufficiale dello Stato come è stata per molto tempo in molti paesi, è agli ordini di un altro Stato esterno, il Vaticano. È come se mangiasse da tutte le mangiatoie. È essa stessa una sorta di Stato, ma uno Stato senza esercito, senza strumenti di violenza, ed è un vero paradosso. Questo arcaismo, sopravvivenza dell’Antichità e del Medio Evo, è molto interessante. Può far riflettere su altre forme del teologico-politico. Bisogna rifletterci e non solo strumentalizzarlo o subirlo. Al di là della nostra prima reazione di diffidenza, sarebbe interessante rifletterci con i nostri amici cattolici.

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