Non ho tempo…

L’intelligenza della speranza sta nel mantenere aperto il corso degli eventi e del tempo. In questa apertura si esprimono la libertà del pensiero e la vera ricerca. Eppure è diffusa la tendenza a dare per scontato e negativo il finale delle cose, come se tutto fosse noto. Questo pensiero risolutivo fa della disperazione un’ideologia. Una delle sue forme più antiche è la disperazione del tempo. Anzi questa è forse l’unica forma in buonafede. Abbiamo infatti molte ragioni per ritenere che il tempo sia, in realtà, mancanza di tempo. Non solo per il fatto di dover morire, ma già perché esistere è trascorrere. Tuttavia una riflessione più attenta comprende che il tempo è anche durata. Essa, dice Bergson, è la vita che si distende, spazio che ospita l’esistenza. La durata è la condizione dell’esperienza. E togliere tempo a qualcosa equivale a distruggerla. Il tempo ci accompagna, non ci nega. (…)

La temporalità ci coinvolge in una dinamica di responsabilità. Non conta il tempo in sé, quasi fosse una scatola vuota da riempire, conta il modo in cui lo orientiamo. Il tempo si dà come un dono che, per essere accolto, chiede una risposta della libertà. Levinas ha insistito sul fatto che questa risposta non accade tra me e me: il tempo stesso si apre nell’incontro con l’altro, che mi libera dal cerchio chiuso del narcisismo e mi desta alla sua differenza, al divenire delle esistenze. Nascendo agli altri una persona entra nella vita, incontra il tempo come spazio ospitale comune. Si comincia a capire allora che il tempo nasce dall’amore.

Per Dio o per un essere umano, amare qualcuno significa dargli tempo, attenderlo, avere tempo per lui o per lei. Da questo punto di vista il tempo non è più un nemico, è un dono di cui avere cura condividendolo con gli altri. Così, per esempio, educare significa aprire la possibilità di un tempo sensato a chi cresce; perdonare significa rigenerare il tempo di una relazione che era morta. Ma il tempo a sua volta è fragile, va salvato. Come ha indicato tra gli altri Raimon Panikkar, esso deve poter ospitare in sé qualcosa di eterno, che abbia un valore incondizionato. Quando ciò accade l’essere umano sperimenta la “tempiternità”: la compresenza dell’eterno nel tempo. Il punto non è avere la dimostrazione che esiste un sovrappiù oltre il tempo finito, ma è giungere, per libertà e per amore, a vivere all’altezza di ciò che vale veramente, esistendo in un modo che sia così fedele al bene da meritare un consenso eterno. Ciò che realmente vale – da un atto d’amore alla fedeltà di una vita, da un dono sincero alla stessa dignità di ogni creatura – non è confutato neppure dalla morte.

Roberto Mancini, Avvenire – 23 settembre 2008

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