Chi ha peccato?

Gesù ha posto alcune parole molto nette per distruggere il meccanismo infernale di causa-effetto che lega nella mentalità religiosa il castigo a un peccato commesso, meccanismo antichissimo che già trova una sua espressione nella vicenda di Giobbe e nell’interpretazione delle sue disgrazie da parte dei suoi “amici”: nell’evangelo secondo Giovanni troviamo la pericope del cieco nato, in cui l’interrogativo viene posto a Gesù in forma esplicita: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. E la risposta di Gesù è altrettanto esplicita: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio” (Giovanni 9,2-3). In Luca è Gesù stesso a prendere l’iniziativa di smentire una lettura colpevolizzante di due eventi sanguinosi (Luca 13,2-5). A queste letture colpevolizzanti purtroppo cedono anche dei cristiani: no, l’Aids non è un castigo di Dio, non è una punizione giunta a causa del fenomeno della liberazione sessuale, non è apparso per ristabilire i diritti della morale e della natura e neppure per chiedere agli uomini la conversione. È terribile questo riapparire di un Dio perverso, un Dio che per salvare l’uomo sceglierebbe la via della violenza e della morte invece di parlargli al cuore. Una tale logica, che appare anche in maestri di spiritualità e non solo in credenti integralisti o fondamentalisti, fa bestemmiare il Nome di Dio tra tutti coloro che, pur non credenti conoscono, innanzitutto e prima di ogni lettura della malattia, la compassione. Che tristezza leggere queste righe di un autore ritenuto un grande maestro di spiritualità: “I miei fratelli gay muoiono perché io possa rivolgermi più radicalmente a Dio e trovarvi l’adempimento degli aneliti del mio corpo, della mia mente, del mio cuore” (H. J. M. Nouwen). Io credo che non spetti alla religione e tantomeno alla fede cristiana fornire alla società sicurezze punitive e moralizzatrici.

(E. Bianchi, Aids, malattia e guarigione , Qiqajon, Bose 1997, pp. 42-44)

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