Povertà – un’insolita posizione…

Quel che viviamo in questi giorni è un risveglio amaro e una prova scabrosa. È l’uscita costosa da molteplici bolle d’illusioni, ed è lo sforzo che ci tocca fare per non incapsularci in altre bolle: ieri la bolla che dilatava irrealisticamente il valore delle cose, oggi la bolla che le svaluta indiscriminatamente tutte; ieri si credeva che il mercato si regolasse da solo, oggi si sogna uno Stato di nuovo onnipotente. Come altre volte in passato – le terribili crisi finanziarie narrate da Emile Zola sul finire dell’800, nel romanzo Il Denaro; il grande crollo del 1929 – quel che rischia il naufragio è la parte migliore dell’uomo: la fiducia innanzitutto, quest’inclinazione che fonda la civiltà e il coesistere umano pacifico.

All’origine del tracollo borsistico c’è un precipizio mondiale della fiducia: fiducia nel mercato e nella politica, negli imprenditori e nella finanza, fiducia del cittadino verso le banche e delle banche tra loro. Ecco, davvero, un nichilistico non credere più in nulla, non aver più fede nella buona fede dell’altro.

Al posto della fiducia si insediano sospetto, diffidenza verso i simili, paura che la vita dell’uomo, come nello stato di natura descritto da Hobbes, «trascorra solitaria, povera, brutale e breve». Il denaro appare in questi scenari apocalittici come sporco, diabolico. Lo pensava Marx, che citando Shakespeare lo chiamava prostituta. Lo pensavano i bolscevichi, che fantasticavano d’abolirlo. A destra lo pensava Charles Maurras, che l’associava alla democrazia, ai giornali, al dominio dell’opinione. Eppure è proprio grazie al denaro, alla sua natura astratta, simbolica, che la fiducia si rafforza: se io ti vendo un oggetto in cambio di una banconota fatta di carta vuol dire che scommetto sulla tua onestà, che credo in una convenzione sconnessa dagli oggetti. La fiducia può essere eccessiva, è vero. Ma è vero anche il monito di un altro grande tedesco, Friedrich Hebbel: «Chi ha cominciato a fidarsi di tutti, finisce col considerare chiunque come un farabutto».

(…) Infine ci sono i poveri, gli ultimi. Difficile dir loro che quel che è visibile è chimera, che bisogna guardare alla vera realtà dell’oltre mondo perché questo mondo passerà. Nell’intimo possiamo pensare – capita spesso – che il male sia in terra. In pubblico siamo responsabili della fiducia in rovina. La crisi non colpisce solo gli speculatori. I deboli hanno da temere la perdita di lavoro, l’insicurezza della pensione, le minacce di pignoramento, la restrizione del credito, i salvataggi pagati dal contribuente, il carovita. Al crac finanziario s’aggiunge inoltre l’aumento dei prezzi alimentari, che resterà a nostro fianco quando le borse riprenderanno: un numero sempre più grande di poveri morirà di fame sulla terra.

Tornare al baratto? Nel baratto scambiamo un oggetto contro un altro, e non per questo siamo più liberi e sicuri d’ottenere giustizia. Siamo meno liberi, perché dipendiamo dalla persona con cui barattiamo. Abbiamo sempre il sospetto che lo scambio non sia completamente equo, perché forse le quattro sedie che dò in cambio di una stufa hanno per me un valore che l’altro non valuta. Simmel spiega bene come il denaro – grazie alla sua natura astratta, spersonalizzata – liberi interiormente da rancori oltre che da schiavitù e renda più giusta la proprietà, oltrepassando le appropriazioni ineguali, senza scambio, che sono il furto e il dono. «Il denaro crea rapporti fra gli uomini, ma lascia gli uomini al di fuori di essi, è l’equivalente esatto delle prestazioni oggettive ma un equivalente molto inadeguato per ciò che vi è di personale e individuale in esse» (Georg Simmel, Filosofia del Denaro). Il denaro è fiducia nell’uomo, è entrare in relazione con lui senza paura. Il cardinale Siri, che era un conservatore, coltivava una vicinanza ai poveri che spesso è coltivata dai veri conservatori. Usava ripetere il proverbio: Homo sine pecunia imago mortis. L’uomo senza denaro è immagine della morte: è uomo chiuso, che diffida del simile, che non pratica lo scambio, amicistico o mercantile.

Anche queste antiche saggezze sono realistiche, autenticamente: non inventano, non costruiscono sulla sabbia. L’assenza di pecunia è assenza di cibo, di vita, di fede nell’altro. Gli accenni di Siri al denaro fanno pensare a una Chiesa che non si occupa solo dei primi nove mesi di vita e delle ultime ore dell’uomo, ma anche di quello che c’è in mezzo: un corto tragitto mortale, ma non sprezzabile. Non incantabile, comunque, con l’Eiapopeia vom Himmel, con la ninnananna del cielo.

Barbara Spinelli

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