Il lupo che c’è in te…

Avevo un bel rigirare il programma in tutti i sensi: non riuscivo a capire. Il  professor He Chengzhou, ospite di un seminario franco-cinese sul dialogo “transculturale” a cui partecipavo il mese scorso a Nankino, aveva annunciato una comunicazione su un tema che mi pareva strampalato: la figura del lupo nella letteratura cinese ed europea contemporanea… Facevo fatica a comprendere il rapporto tra l’evocazione di questa bestia feroce e la pratica del dialogo tra la Cina e l’occidente finché, con l’avanzare del discorso, capii ciò a cui voleva arrivare: il lupo è l’Altro! E, poiché l’Altro fa paura, il senso comune lo carica di tutti i vizi.
Da Jack London a Jiang Rong, da Kipling a Guo Xuebo, sono legione gli scrittori ed i cineasti che, fedeli alla loro missione di offrire sguardi sfalsati, diversi, sulla nostra condizione, hanno letteralmente capovolto la figura del lupo presentandolo in certe situazioni tanto buono e mite, quanto invece l’Uomo può essere sordido e bestiale. Il lupo è l’altro, con cui, come Kevin Costner, si può ballare a condizione di andare al di là dei pregiudizi umani. “Nella sua complessa ed inalienabile alterità, aggiunge Chengzhou, il lupo è anche uno specchio nel quale scopriamo un’immagine ambigua di noi stessi alla quale, alternativamente, ci rifiutiamo e aspiriamo.” Il lupo ci rivela. Ci rivela e si rivela, a condizione che facciamo lo sforzo di capire la sua logica, ciò che determina il suo atteggiamento. Da questo punto di vista, l’episodio del Lupo di Gubbio, nei Fioretti di San Francesco d’Assisi, è straordinario: “Fratello lupo, poiché ti piace fare e mantenere questa pace, ti prometto di farti dare sempre ciò che ti occorre, finché vivrai, dagli uomini di questa città, così non patirai la fame, poiché so bene che è la fame che ti ha fatto commettere tutto ciò.” Il lupo non è cattivo, ha fame, una fame diversa dalla nostra, basta, bisognava pensarci. E, sulla scia di San Francesco, molti artisti hanno sfruttato questo filone. Questo modo di procedere nella costruzione della pace, che passa attraverso uno sforzo di comprensione della psicologia dell’altro, del suo sistema di norme, delle sue tradizioni, della sua cultura in generale, evoca il dialogo interculturale tra gli uomini stessi. Non ci sono buoni da una parte e cattivi dall’altra, non ci sono assi del bene ed assi del male, ci sono degli uomini, con i loro valori propri, le loro specifiche aspirazioni, i loro limiti. Edward Saïd considerava il preteso scontro di civiltà uno “scontro delle ignoranze”. Non è forse anche uno scontro delle paure? Le paure, sempre vive, che descrive Tzvetan Todorov in un libro molto interessante, La peur des barbares – au-delà du choc des civilisations, che termina con delle parole che si ha voglia di imparare a memoria: “Per essere efficace, il dialogo […] deve riconoscere la differenza delle voci impegnate nello scambio e non decidere anticipatamente che una di loro costituisca la norma mentre l’altra si spieghi come deviazione, ritardo, o cattiva volontà. Se non si è pronti a mettere in discussione le proprie certezze ed evidenze, a porsi provvisoriamente nella prospettiva dell’altro – pronti ad ammettere che, in quell’ottica, ha ragione -, il dialogo non può avvenire.”

Michel Sauquet

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