Clandestini

img_0684In quella stalla c’è una famiglia che è veramente sacra, come dice la formula, perché è l’opposto della famigliuola egoista e perbene, indifferente al destino altrui e chiusa al mondo nel suo lindo e orrido «far casetta» (come si dice in veneto, per sferzare la sua sdolcinata e fasulla intimità); una famigliuola che ama richiamarsi al modello di quella grotta, mentre ne è spesso la negazione.
Anzitutto in quel presepe c’è una famiglia irregolare e anomala. La madre ha accettato una maternità sconcertante e scandalosa: quando l’angelo gliela annuncia, Maria non sa quale sarà la reazione di Giuseppe ed è pronta con assoluto coraggio a tutte le difficoltà, sofferenze ed oltraggi di una ragazza madre sola, di una donna disonorata. Gianfranco Ravasi — in un articolo sul Sole 24 Ore — la paragona alle partorienti clandestine «cui nessuno è disposto a portare un catino per il sangue», come scrive il poeta cristiano cinese Ai Qing da lui citato. Se quel figlio non sarà riconosciuto dal padre legale, sarà marchiato dalla vergogna, come accadeva sino a pochi anni fa e accade ancora in diversi Paesi e contesti sociali; si pensi che, fino a un’epoca recente, per la Chiesa cattolica un illegittimo che avesse la vocazione al sacerdozio poteva diventare sacerdote solo col permesso speciale del vescovo — permesso concesso quasi sempre, il che non cancella quella vile violazione ecclesiastica dello spirito evangelico.
Giuseppe ha accettato con altrettanto coraggio quella paternità, forse perché ha capito che ogni creatura, prima di essere figlia nostra, è figlia di Dio e per questo anche nostra; che la paternità (o maternità) di sangue, talora casuale, è misera cosa rispetto a quella d’amore.
Il terzo o meglio il primo dei tre, il neonato, fa semplicemente il neonato, come deve essere; non compie certo eclatanti miracoli prematuri, come quelli vantati in molti Vangeli apocrifi, ma verosimilmente si attacca al seno, piange, si addormenta.
Accanto a quei tre, per loro fortuna, ci sono solo un bue e un asino — quasi a ricordare la nostra parentela col mondo animale così votato a soffrire — e persone estranee: pastori sconosciuti, più tardi saggi uomini di studio e di preghiera. Non c’è nessuna asfissiante tribù famigliare di prozii, cognati, cugini di suocere; quel clan che talora è un mondo di festosa e rassicurante accoglienza, ma spesso un groviglio di invadenze, livori repressi, piccoli giochi di dominio e di rivalsa, rituali imperiosi e oppressivi; un’endogamia viscosa, come un letto anche caldo ma non rifatto. Natali di una volta, incanto dell’abete illuminato ma anche interminabili pranzi grevi e pesanti, sazietà e mortalità della carne, cicatrici d’infanzia nel cuore. La grande parentela può essere pure un tribunale, come sapeva Kafka, che trasse l’ispirazione del Processo anche dai due angosciosi incontri plenari di famiglie all’hotel Askanischer Hof di Berlino in occasione del fidanzamento e poi del suo scioglimento.
Il neonato di quella grotta, cresciuto, sarà duro con l’istituzione famigliare: chiederà bruscamente perfino a sua madre cosa ci sia fra loro due, dirà di essere venuto ad annunciare un messaggio che porrà il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; chiamerà fratelli e sorelle solo i suoi amici e seguaci. Userà pochissimo la parola «fratello»; chiamerà piuttosto le persone a lui care «amici», parola che dice molto di più di un mero legame di sangue, che può essere pure quello fra Caino e Abele o fra Giacobbe ed Esaù.

Claudio Magris

One thought on “Clandestini

  1. come al solito hai inserito un articolo provocante😉 .. che io, personalmente, considero abbastanza sterile e inultilmente insinuante. cmq ne parleremo a modo quando vuoi…

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