The Spirit… un supereroe?

Trama: Un ex poliziotto, Denny Colt (Gabriel Macht), tornato dalla morte per combattere il crimine di Central City. E’ lui The Spirit, tratto dalle strips del genio Will Eisner, che segna la prima regia in solitaria del fumettaro Frank Miller. “Spirit è il tipico gentleman. Era innamorato di una donna, Sand Saref, che è diventata una formidabile ladra di gioielli. Quello che spinge Spirit più di ogni altra cosa è l’ansia di sapere perché non è morto pur essendo morto”. Se a far il supereroe sono dunque cuore, dovere e conoscenza, nulla è nuovo sul fronte eroico, della serie “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza…”.
Perché Percome: Il problema è che la società è cambiata, e questi (super)eroi non fanno più notizia, o almeno non riescono più a mantenere le promesse e le premesse: se per il semiologo Juri M. Lotman l’eroe è il travalicatore di confini – uno per tutti, Ulisse – ebbene sono in pochi oggi ad avere capacità trasgressiva rispetto alla norma. In primis, perché in un’epoca in cui la  – supposta – trasgressività edonistica è pane quotidiano, all’eroe manca il gap fondativo, il primo gradino differenziale. Da qui, lo sfalsamento di piani ontologici cui sempre più assistiamo in letteratura e sugli schermi “supereroici”: che sono Hancock, il supereroe alcolizzato di Will Smith, i celebri Incredibili animati, il puzzolente Hellboy di Guillermo Del Toro e molti altri se non supereroi disfunzionali, forse addirittura disabili? Di fronte, al superomismo estetizzante a uso e consumo massmediatico il supereroe è costretto a mischiare le carte, fare di disabilità virtù, ovvero aprirsi a una debolezza, un vulnus e una colpa che sono espressione piena di una paradossale antieroicità.
Forse il suo vero fallimento sta nella riproposizione stucchevole di un eroe che non ha più chi possa ritenerlo tale, ovvero la società contemporanea. E il suo essere un morto non morto, undead, è spia scoperta di ciò che oggi è diventato: uno zombie.

F. Pontiggia

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