Solo un uomo…

change«Ricordati che morirai! Guardati attorno! Ricordati che sei solo un uomo!» A mezzogiorno qualcuno dovrebbe ripetere a Barack Obama proprio queste parole che nell’antica Roma un apposito schiavo sussurrava al generale trionfante. In effetti, l’odierno rito che si celebra oggi a Washington può essere paragonato solo al trionfo dei condottieri romani: non c’è l’alloro, ma c’è la diretta planetaria. E’ un trionfo dell’era delle comunicazioni globali e di massa.
(…) Dal nuovo presidente Usa, dal capo della superpotenza più schiacciante, ci si aspetta che nella situazione più difficile dal dopoguerra ripeta il miracolo del New Deal, faccia ripartire l’economia mondiale, ma senza la spinta dei potenti movimenti di massa che quasi costrinsero Franklin Delano Roosevelt alle sue riforme. I cittadini del mondo attendono che Obama attui ciò che nessuno ha mai tentato: dall’alto restaurare la legalità, i diritti costituzionali, l’habeas corpus, rendere illegale la tortura, abolire il carcere a vita senza accuse, chiudere Guantanamo. Tutti si auspicano che riesca là dove 40 anni di diplomazia Usa hanno sempre fallito: portare la pace in Medio Oriente, far cessare i crimini di guerra e le atrocità che proprio fino all’altro ieri hanno insanguinato la striscia di Gaza. Che riesca a terminare una guerra (in Iraq) iniziata da altri: compito che assolse solo Dwight Eisenhower (in Corea), ma che non riuscì né a Lyndon Johnson né a Richard Nixon in Vietnam.
Messa così, sembra che tutti i paesi della terra stiano scrivendo una lettera a Babbo Natale, o che, dopo un giro completo, la politica postmoderna ritorni alla dimensione premoderna dei re taumaturghi (narrati da Marc Bloch), i sovrani feudali che curavano la scrofola delle plebi con l’imposizione del loro tocco. Il problema è che Obama un miracolo l’ha già compiuto per davvero, è riuscito a far sì che un paese ancora così intriso dal razzismo eleggesse un presidente nero. È questo portento già avvenuto che nutre la fiducia nei miracoli a venire.
Più forti le attese, più difficile soddisfarle, più probabili le delusioni. Obama lo sa. (…) Una riforma previdenziale e sanitaria costituirebbe una vera e propria rivoluzione: richiederebbe perciò un’impostazione quasi giacobina negli Usa, ma la scelta di un vecchio marpione, moderato, come Tom Daschle a ministro della Sanità non promette nulla di buono. Ancora una volta, per attuare le riforme che ha promesso, Obama dovrà remare contro gli uomini che ha chiamato a metterle in opera. In ogni caso la questione previdenziale e sanitaria è inaggirabile ed è legata a doppio filo con il superamento della crisi economica.
Uno schema quasi identico si presenta sul fronte della politica estera e delle guerre in Iraq e in Afghanistan. (…)  già sono filtrate discussioni accese tra i consiglieri di Obama (in particolare il suo consigliere alla Sicurezza nazionale, il generale James Jones, ex comandante dei marines e comandante in capo della Nato) e i generali del Pentagono (in particolare l’ammiraglio Mike Mullen e il generale David Petraus), in cui gli uomini di Obama avrebbero rimandato ai mittenti i piani di ritiro graduale che questi ultimi avevano proposto, trovandoli troppo timidi e lenti. Ma Obama non potrà prendere di petto subito i generali.
Israele-Palestina? Anche qui, Obama deve far fronte ai due più fieri, indefettibili paladini di Israele che la politica Usa conosca: la neo Segretaria di Stato Hillary Clinton, ex senatrice dello stato di New York (la città di New York è la più grande metropoli ebraica del mondo), e il vicepresidente Joe Biden, membro d’onore della lobby filo-israeliana.
Certo è che Obama vorrà dare segnali forti almeno sulla restaurazione della legalità, sulla messa fuori legge della tortura, sul ripristino dell’habeas corpus (sul diritto cioè di ciascuno a non essere detenuto senza mandato giustificato da parte di un giudice e senza la prospettiva di un processo equo).

Quasi impossibile per Obama non chiudere Guantanamo. Diversa è invece la questione della tortura. Proprio a causa di essa, Obama ha scelto come nuovo capo della Cia Leon Panetta (ex capo della Casa bianca sotto Bill Clinton) e non un professionista dei servizi. Che però hanno già cominciato a lanciare i loro siluri per mezzo della senatrice democratica della Califonria, Dianne Feinstein, neo-presidente della Commissione sui servizi, che si è già detta contraria alla sua nomina. Vedremo.

Marco d’Eramo


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