Fine della competizione

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Il contagio dell’angoscia da crisi si diffonde, inducendoci ad abbassare ancor più lo sguardo verso la mera sopravvivenza. La speranza si riduce ad aspettare che la crisi passi. Ma è un errore. Anzitutto perché così non si vede che la crisi non è della Borsa o delle banche. E non è recente.

Per la maggioranza dell’umanità, nei Paesi poveri, la «crisi» è l’ordine stesso delle cose. Non è economica, è una crisi di giustizia. Il mondo non va avanti se non giunge a una forma solidale di convivenza. Dove poteva portare la logica della competizione e dell’indifferenza gli uni verso gli altri, se non alla crisi di tutti? Quale futuro poteva schiudere l’egoismo promosso a cultura globale, sotto il ricatto per cui senza di esso come movente delle azioni umane sembra che non si possa costruire nulla ? Già nel 1973 Konrad Lorenz scriveva: «La competizione economica in cui l’umanità si è lanciata è sufficiente ad annientarla».

La condanna morale dell’egoismo è inefficace. Occorre una svolta nel nostro modo di stare al mondo: la riemersione dell’anima, la conversione del cuore, la guarigione della ragione, la maturazione interculturale di uno sguardo diverso. L’ampiezza e la radicalità della svolta non implicano affatto che essa sia qualcosa di utopistico. Gli esseri umani sono pur sempre migliori della logica cui finora si sono consegnati.

Possiamo contare su molte forze di guarigione: la capacità di amare, i legami affettivi, le esperienze di liberazione già in atto, il pensiero critico, l’irriducibile libertà, l’indelebile attrazione della giustizia vera, la novità vivente delle generazioni recenti, l’alterità delle donne, la presenza fragile e preziosa dei vecchi, la sapienza custodita nel nucleo profetico delle religioni e delle filosofie che non accettano la subordinazione del valore dell’umanità ad alcun idolo.

(…) La visione della società come tessuto prezioso di cui tutti siamo partecipi e corresponsabili. La visione della cooperazione come dinamismo essenziale della condizione umana, al cui interno possono darsi conflitti, che però devono essere riportati a modalità nonviolente. Noi invece, con tenace stoltezza, credevamo di poter fondare la vita sulla competizione, riducendo la cooperazione a eccezione irrilevante.

La crisi di cui solo oggi ci accorgiamo segna la fine della società della competizione. Non è la constatazione di un fatto risolto e riconosciuto; anzi molti, a partire dai soggetti più influenti nell’economia e nella politica, non capiranno e tenteranno per anni una sorta di sopravvivenza necrofila, adattandosi alle forme di «vita » consentite dal corpo morente della società della competizione.

Eppure questo tipo di società è alla fine, nel senso che si è consumata la sua fase «creativa»; il suo patrimonio di senso plausibile e il relativo effetto di ricaduta positiva si sono esauriti. È una fine nell’ordine profondo delle cose. Quello decisivo. Perciò il futuro è altrove e altrimenti, lì dove il denaro come tale suscita non più deferenza e avidità, ma ironia; lì dove si è persuasi che l’unica potenza che conti è l’energia della cura per il tessuto che siamo.

Roberto Mancini

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