Cosa abbiamo a che fare col Giappone?

stampe_giapponesi_026Della generazione che attorno a New York trasformò la Pop Art in un fenomeno mondiale, Andy Warhol è sicuramente l’artista più incisivo e vivo. Rauschenberg in fondo fu soprattutto un esperto di eleganze nate dalla sublimazione delle ricerche di Kurt Schwitters. Jasper Johns un vate della promozione e di una pittura a olio ormai con un sapore di patinata obsolescenza. Ma lui, Andy, rimane fresco come alla prima ora. E lo è per un motivo che dovrebbe interessare chiunque si trovi a esprimere opinioni sull’arte storica come su quella attuale: le sue immagini, all’apparenza così immediate da potere apparire effimere, sono invece riassunti coscienti del mondo nel quale si trovò a vivere. Autentiche testimonianze. Quando fra due secoli si dovrà esprimere un giudizio sugli Stati Uniti del secondo dopoguerra basterà sommarle per ottenere una equazione: USA = Campbell soup + Marilyn + Car crash + sedia elettrica + Jackie + Mao.

Quest’ultimo non ha ovviamente nessuna valenza propagandistica per qualche ipotesi di rivoluzione ma è solo l’emblema massimo d’una versione moderna del mito della personalità. Gli artisti non allineati del Village si trovarono a porsela, la questione del rapporto fra il loro fare e la richiesta di partecipazione alle sorti della nazione. E risposero secondo il loro carattere personale. Esattamente come succedeva in Europa dove nessuno si trovò più ad accettare una relazione con il potere politico: al contrario, chi faceva arte, dagli anni dal situazionismo in poi usò le proprie energie creative solo per la critica se non addirittura per l’opposizione. Il clima di un’arte volta solo all’estetica si stava esaurendo negli ultimi cromatismi dell’Informale, e il potere – se si esclude la passione della signora Claude Pompidou per le strisce di Daniel Buren che fece mettere all’Eliseo per prepararlo ai nuovi arredi di design – abbandonò l’antica tradizione di addobbarsi con il meglio della creatività artistica. Forse iniziava allora un periodo nel quale il potere rinunciava a ogni tipo di creatività.

Siamo ormai giapponesi da un secolo e mezzo esattamente, almeno nel modo di vedere e di immaginare. Lo siamo da cinquant’anni nell’ascolto delle radioline e dell’alta fedeltà, e da pochi decenni se guardiamo alle automobili che girano per strada. Col Giappone imperiale l’Italia fu tristemente alleata e l’America in guerra. Il fungo atomico della grande paura moderna s’è per la prima volta innalzato lì. Eppure il Sol Levante rappresenta oggi ancora un luogo di curiosa alternativa al nostro modo di vedere. Loro ci depredano il tonno nel Mediterraneo, lo ingrassano e lo sacrificano ad alto prezzo per quei sushi che mangiamo volentieri anche dalle parti nostre. I nostri architetti costruiscono da loro, i loro “da noi”. Ci scambiamo designer e stilisti. Abbiamo letto i loro romanzi e loro ci forniscono eccellenti pianisti e direttori d’orchestra. L’Occidente ha offerto loro occasioni eccellenti per i commerci e trappole letali per il risparmio. Hanno comprato il Rockefeller Center e pagato poi la parte principale per il conto economico della prima guerra del Golfo. Siamo parenti stretti, nelle università e nelle borse. Il segno della loro calligrafia ha contribuito non poco alla nostra ricerca del gesto nell’astrazione visiva. La concettualità di Gutai ha mutato la nostra concettualità già negli anni Cinquanta. Eppure non sappiamo quasi nulla dello spirito profondo che li anima, e loro ben poco di noi.

Non è male riflettere… in un momento così particolare come quello che stiamo vivendo, quando dopo un decennio in cui si è creduto in una globalizzazione definitiva ci si è accorti invece, da pochi mesi, che il percorso sarà ben più complesso, che le identità del mondo andranno invece verso un consolidamento utile ai confronti. La crisi mondiale finirà pure per passare e ci troveremo dinnanzi a un panorama so­stanzialmente mutato, negli equilibri e nelle prospettive. È tanto più utile prepararsi, informarsi e ricercare.

Philippe Daverio

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