Swordfishtrombones

Non riesco a capire coloro che si rifugiano nella realtà perché hanno paura di affrontare la droga.

Tom Waits

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Tom Waits è uno dei massimi artisti rock (e non solo) lasciatici in eredità dal 900, opinione questa condivisa dalla quasi totalità dei fruitori della musica del diavolo, tanto che risulta onestamente difficile scovare denigratori del maestro di Pomona. Perché? Perché Waits si è costruito nell’arco di trent’anni di carriera una reputazione invidiabile, fondata su un’etica professionale mai scalfita da tentazioni commerciali o suggestioni divistiche, ma soprattutto su una serie di album di qualità elevatissima. Swordfishtrombones” conserva, però, un sapore particolare poiché si impone come punto di rottura importante nella carriera di Waits; segna il netto e irreversibile mutamento da semplice, per quanto dotato, pseudo-crooner cocktail jazz da night club fumoso a erudito compositore post-moderno, in grado di concepire una sorta di musica totale, debitrice tanto ai maestri del cantautorato americano, quanto a forme musicali diverse, proprie del folklore afro, europeo e non solo. L’amalgama di suoni tanto differenti ha dato vita a una serie di asimmetrie ritmiche, disarmonie e stonature cabarettistiche, che hanno però la stimmate della classicità, in quanto classici (nel senso di tradizionali, ormai patrimonio condiviso e decodificato) sono i modelli musicali che hanno generato i suddetti suoni.

Dal punto di vista iconografico, l’arte di Waits è l’arte di un cantastorie che ha sempre contemplato l’America e i suoi ideali in modo critico, preferendo raccontare la cosiddetta “wrong side” dell’immaginario a stelle e strisce, abitata da vagabondi, anime erranti senza meta (“rain dogs”) e da ogni genere di reietti. L’immaginario di Waits è il medesimo di Bukowsky e di quei poeti cresciuti in seno alla controcultura underground statunitense, i quali, negli anni 60 e 70, hanno assunto un atteggiamento avverso, se non sprezzante, nei confronti dell’American way of life. Waits narra di un sogno americano che, ammirandosi borioso negli specchi deformanti di un luna park, si riscopre improvvisamente incubo. Ma ancor prima che nei cantori della beat generation, i prodromi della poetica waitsiana possono essere riscontrati nelle narrazioni maledette di Robert Johnson e ancor prima nel concetto stesso di americanità, o meglio nella sua negazione. Essere americano significa condurre una battaglia per liberare se stessi dalle limitazioni con cui nasce l’individuo, spiega Greil Marcus in “Mystery Train”.

In altre parole, l’America trae linfa vitale dalla volontà di ogni suo cittadino di migliorare la propria condizione esistenziale sfruttando le innate e peculiari attitudini, e confidando nella promessa di possibilità infinite che il grande paese mette loro a disposizione. Ed è proprio dalla vanificazione di questa promessa, dalle sconfitte personali che irrimediabilmente la sconfessano, dall’annientamento di speranze bramosamente inseguite, che nasce un microuniverso di macabra desolazione e quotidiana emarginazione, che costituisce a sua volta il corpus emozionale da cui hanno attinto i maggiori cantautori americani, Waits compreso.

Springsteen nutre la gente con ciò che essa vuole sentirsi dire. La nazione di Waits è invece abitata dal popolo dei bassifondi, rassegnato a vegetare al di sotto della soglia di sopravvivenza, tagliato fuori da una qualsivoglia possibilità di riscatto. Sono “freak” nella condizione sociale, nati con il marchio incancellabile dei vinti. Nella sua poetica è quindi sottintesa la critica all’America, ma anche ai cantori di regime che ne esaltano la grandezza , circa l’ipocrisia e l’indifferenza con cui costoro vengono trattati.

ondarock.it

Buon ascolto…

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