Notte giovane

(…) Siamo davvero di fronte a quella che Armando Matteo, assistente nazionale della FUCI, ha definito “la prima generazione incredula”? Difficile non dare un’amara risposta affermativa. Del resto la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere e non si può pensare che strategie o escamotages possano sostituirsi ai rapporti interpersonali che si creano e si alimentano all’interno di concrete comunità di vita, dalla famiglia, al quartiere, alla parrocchia, all’associazionismo organizzato. Forse negli ultimi decenni molti si sono illusi che il ricorso ai grandi eventi, l’utilizzo delle nuove tecnologie, l’adeguamento ai modelli vincenti di creazione del consenso potessero funzionare anche a livello ecclesiale. Puntare sull’emozione dell’“esserci” ed essere in tanti a eccezionali raduni nazionali o internazionali, focalizzare le energie verso iniziative “drogate” dal numero e dalla visibilità mediatica, ha finito per creare una sorta di assuefazione allo straordinario e al conseguente disinteresse, alla noia, se non al disgusto, per la quotidianità del vissuto.

È invece proprio nel tessuto dell’esistenza di ogni giorno che i giovani si trovano a fronteggiare sofferenze e ferite, a cercare un senso alle loro vite, a interrogarsi sulle motivazioni che orientano ogni scelta, a sperare in un futuro ancora da costruire insieme e non già prefabbricato o, peggio ancora, negato: è nell’ordinario di una vita normalissima che ci si trova ad attraversare “il senso di notte e la notte di senso” – secondo l’espressione di Matteo – che paralizzano e portano a cercare surrogati artificiali. Non si tratta di constatare amaramente che “i giovani non sono più quelli di una volta” – per nessuna generazione questo è mai stato vero – né di illudersi con appelli generici ai giovani “futuro della chiesa o della società”, ma piuttosto di prendere atto che i ventenni di oggi sono già una parte del presente della società e che si trovano confrontati con una lancinante mancanza di speranza per il futuro. Nella faticosa ricerca di senso per le loro vite sovente e precocemente attraversate da contraddizioni, lacerazioni familiari, disillusioni lavorative, i giovani non ambiscono tanto a “essere” il futuro di una determinata realtà sociale o ecclesiale, quanto ad “avere” già ora un futuro verso cui tendere, un’attesa capace di riempire di significato il loro presente.

In questo senso i dati che emergono dall’inchiesta mi paiono preoccupanti non solo per la chiesa qui e ora, non solo per l’avvenire che attende l’annuncio del vangelo nel mondo contemporaneo, ma anche per la stessa salute della società: la scomparsa di ideali condivisi, il rarefarsi di luogo di incontro e di confronto, la focalizzazione sui conflitti finiscono per rendere insopportabile quella contraddizione che ogni generazione deve affrontare e superare per passare all’età adulta e responsabile: la non coincidenza tra la teoria e la prassi, tra le belle idee e la dura realtà, tra lo sperato e il vissuto. Spetta agli adulti ritrovare in se stessi i principi che si vorrebbero presenti nei giovani, spetta alla società nel suo insieme offrire segni di un passato verso il quale ci si volge con memoria grata, testimoniare un presente dagli orizzonti aperti, progettare un futuro che valga la pena di essere vissuto, non nello straordinario di rari momenti ma nel quotidiano di una vita armonicamente condivisa.

Enzo Bianchi, La Stampa – 25 apr 2010

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