Tempo di rinnovamento

Una crisi tremenda per la chiesa / di Timothy Radcliffe o.p. (teologo ed ex Maestro Generale dell’Ordine Domenicano / in “Oreundici” n. 4 del maggio 2010

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Nelle scorse settimane, forse avete avvertito sulle spalle il peso dello scandalo delle violenze e il fatto che molti vescovi per decenni hanno mancato di affrontarlo. (…) Ovunque abbia tenuto delle conferenze in Inghilterra in questi giorni, ne sono ritornato estenuato a motivo della rabbia contro la Chiesa. (…)

Sono persuaso che l’intera crisi della sessualità sia profondamente legata al potere e al modo in cui il potere funziona nella Chiesa a tutti i livelli, dal Vaticano al sacrestano della parrocchia. Non è il potere di Gesù, che era mite e umile di cuore. Ogni istituzione umana ruota intorno all’uso del potere. Credo fermamente che con la cultura illuminista del controllo la nostra ossessione per il potere si sia aggravata. (…) La Chiesa, purtroppo, è spesso stata contagiata dalla medesima cultura del controllo. Mi torna in mente un vescovo che mi disse: «Da me in giù, nella diocesi sono tutti uguali». E un altro, nel giorno della sua consacrazione, promise che avrebbe servito la diocesi con scettro di ferro! Ho il sospetto che tutto questo sia accaduto anche perché la Chiesa per secoli ha dovuto combattere per difendersi dai poteri di questo mondo, che vorrebbero prevalere contro di essa. Dall’Impero romano agli imperi comunisti, passando per l’Impero britannico e per tutti gli altri, la Chiesa ha lottato per la sua stessa sopravvivenza, e spesso si è ritrovata segnata dalla medesima cultura del potere. Quella medesima cultura del potere che si trova alla radice della crisi delle violenze sessuali: la violenza del potere esercitata ai danni dei piccoli e dei vulnerabili. Non avremo una Chiesa sicura per i giovani finché non impareremo da Cristo e diventeremo di nuovo una Chiesa umile in cui siamo tutti pari, figli dello stesso Padre. È allora che Cristo darà ristoro alla nostra vita. (…)

Quella attuale è una crisi tremenda per la Chiesa, ma reca con sé, se l’accettiamo, una promessa e una benedizione. È molto più che la crisi delle violenze sessuali perpetrate su dei minori da parte di alcuni sacerdoti e religiosi. È la crisi di tutta la concezione del sacerdozio e della vita religiosa. La Riforma fu una risposta alla crisi del tardo Medioevo. Quel clero era del tutto incapace di rapportarsi al nuovo mondo. Era ampiamente analfabeta, a stento capace di celebrare la messa, spesso aveva delle concubine. Anche i religiosi godevano di dubbia fama. Un detto spagnolo affermava: «Stai attento ai gesuiti se ci tieni al portafogli, e stai attento ai frati se ci tieni alla moglie». Quindi potete star sicuri per i vostri portafogli! Quella crisi ha portato a un eccezionale rinnovamento del sacerdozio: una nuova spiritualità, nuovi seminari, una formazione teologica più approfondita, una nuova disciplina. Ma spesso ha dato l’impressione che fossimo degli eunuchi sessuali, degli esseri asessuati. I bambini si sono domandati se le suore avessero le gambe, sotto le lunghe sottane, o se invece volteggiassero su rotelle. Una volta in cui stavo predicando all’aperto, in piedi su una cassa di sapone, ho sentito un bambino domandare alla madre, con gran spasso del mio uditorio: «Mamma, perché quell’uomo porta la gonna?»; poi una manina ha sollevato l’orlo del mio abito: «Tutto a posto, mamma. Sotto ha i pantaloni».

Stiamo vivendo la crisi di tutta quella concezione del sacerdozio, con la sua distanza dalla gente, il suo uso del potere, la sua concezione della morale come controllo. Con nostra grande sofferenza, il Signore sta demolendo le nostre alte torri e le nostre aspettative di gloria e di grandezza, così da poter prendere dimora presso di noi. La grande maggioranza dei preti e dei vescovi che ho incontrato in giro per il mondo sono persone umili e semplici, che vogliono solo servire il popolo di Dio. La maggior parte dei preti che conosco desiderano condividere la vita del proprio popolo e si considerano a sua disposizione. Sin da quando ho cominciato a viaggiare dentro alla Chiesa, ne sono rimasto profondamente edificato. E ho avuto la stessa impressione dei tanti preti di questa diocesi che ho incontrato durante il ritiro. Potete andare orgogliosi della vostra umiltà. Che spesso è ancor più commovente in quanto sfida apertamente strutture e tradizioni che potrebbero innalzarci e insuperbirci, dai titoli magniloquenti alle vesti sontuose. E dunque questa crisi può essere l’inizio di un grandioso rinnovamento della Chiesa, nel quale dovremo certamente imparare da Gesù, perché «io sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita».

L’ultima parola che vi consegno è «riposo». Gesù ha detto ai suoi discepoli, quando erano sfiniti: «Venite in disparte e riposatevi un po’». Spero che il tempo che trascorrerete qui sia riposante, e che riuscirete a resistere alla tentazione di controllare ogni dieci secondi la vostra posta elettronica e di girare avanti e indietro attaccati ai telefonini. Possiamo offrire alla gente la promessa del riposo di Cristo solo se ci vedono come persone che talvolta riescono a goderne. Spesso i preti sono comunque iperattivi, ma questa crisi potrebbe esasperare la tendenza. Potremmo sentire l’esigenza di mostrare che siamo preti eccezionalmente bravi, continuamente a servizio della gente e senza un secondo per noi stessi. Questa è la salvezza per mezzo delle opere, non della grazia. Thomas Merton riteneva che l’iperattività rappresentasse una collusione con la violenza della nostra società: «La fretta e la pressione della vita moderna sono una forma, forse la più comune, della sua costitutiva violenza. Lasciarsi prendere da una molteplicità di impegni concorrenti, cedere a troppe richieste, impegnarsi in troppi progetti, voler aiutare tutti a fare tutto significa soccombere alla violenza. Di più, significa collaborare alla violenza. La frenesia dell’attivista neutralizza la sua profonda tensione verso la pace. Distrugge la fecondità del suo stesso lavoro, perché dissecca le radici di quella profonda sapienza che rende il lavoro fecondo».

Se un tale attivismo fa violenza a noi stessi, la farà anche al di fuori di noi. Può capitarci di dire parole violente alle altre persone. Può capitarci di fare violenza a noi stessi con gli alcolici o le droghe. Possiamo persino diventare sessualmente violenti, specie con chi è più vulnerabile. Perciò abbiamo bisogno, senza alcuna vergogna, di riposare in Dio. E le parole del Vangelo di Matteo indicano alcuni dei modi in cui possiamo farlo. Possiamo riposare perché questa crisi possa portare frutto. Forse sarà un tempo di nuove benedizioni e di rinnovamento della Chiesa. Dobbiamo affrontarla con tranquillità perché la vittoria è già nostra. Cristo è morto; Cristo è risorto; Cristo ritornerà. Come disse Dietrich Bonhoeffer al vescovo di Chicester, suo amico, prima di essere assassinato dai nazisti: «La vittoria è sicura». Possiamo riposare perché non dobbiamo pretendere, diversamente da quei preti impossibili, di essere terribilmente bravi. Togliamoci il pesante fardello della maschera pia e rifugiamoci nella manica di Dio. Possiamo riposarci perché il giogo di Gesù è leggero. I suoi comandamenti sono un invito all’amicizia. L’amicizia può essere esigente, ma non è mai un peso. E possiamo lasciar perdere tutto il gravoso peso di un’identità forte e importante.

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