La porta degli inferi

La porta degli inferi

di Lauret Gaudé

Nel porto di Napoli, all’altezza di via Nuova Marina, si ergono due torri antiche talmente rabberciate a colpi di mattoni che sembrano due verruche gemelle. Su un terrapieno in mezzo a quelle torri, erbacce, rovi e malvarosa ostruiscono una porta di legno tarlato. Il malcapitato che l’aprisse verrebbe immediatamente investito da un soffio d’aria fredda, poiché quella porta, come il lago d’Averno, l’abbazia di Calena, le catacombe di Palermo e i sotterranei misteriosi di Malta, cela l’ingresso agli inferi. Da quella porta, più di venti anni fa, è uscito Filippo Scalfaro De Nittis. Era un bambino allora, ora è un uomo che ogni mattina entra dal retro del ristorante La Bersagliera, nel quartiere di Santa Lucia, di fronte ai grandi alberghi che si affacciano sul mare come giganteschi pachidermi addormentati. Seduto davanti alla macchina del caffè, aspetta che il padrone del ristorante gli faccia un cenno. Filippo Scalfaro De Nittis, infatti, non cucina, non porta i piatti, fa soltanto il caffè. E a Napoli nessuno può vantarsi di farlo meglio di lui: un caffè per ogni voglia, per ogni umore, violento come uno schiaffo per svegliarsi al mattino, rotondo e morbido contro il mal di testa, robusto e forte per non dormire. Dosa le miscele, Filippo Scalfaro De Nittis, come un alchimista, utilizzando spezie che il palato non avverte ma che il corpo riconosce. Oggi è un giorno speciale per lui, il giorno in cui farà il suo ultimo caffè, destinato a un cliente seduto nella grande sala della Bersagliera. Sta mangiando calamari fritti. Gli trema un po’ la mano e la forchetta gli gioca ogni tanto degli scherzi. Si potrebbe prenderlo per un impiegato delle poste in pensione, calvo com’è e con le dita gonfie. Ma Filippo Scalfaro De Nittis sa di che cosa è capace, sa quale abisso di crudeltà tradisce la sua aria infastidita e il suo modo di rivolgersi ai camerieri come se si trattasse di cani. Si chiama Toto Cullaccio…

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