Sulla precarietà della fede

Una stessa etimologia accomuna diverse parole: prex , preghiera; precari , pregare; precarius, precario… mettendo in evidenza proprio la «precarietà», la possibilità di ottenere o di non ottenere quanto si chiede attraverso la preghiera, ma anche la condizione «precaria» in cui si trova colui che prega. Sì, la preghiera è fondamentalmente un’azione «precaria», suscettibile di efficacia oppure no, che può essere esaudita o inevasa. Per questo chi prega inizia a farlo ponendosi, consapevolmente o meno, una domanda: «E se Dio non risponde?». Ma questa natura della preghiera è propria anche dello stesso atto del credere: la fede è un dono che porta in sé la precarietà. «E se Dio non esistesse?» non può fare a meno di chiedersi il credente. Una domanda lacerante che non può essere evasa alla leggera, anche perché la fede non sta nello spazio del sapere, ma in quello della convinzione. La fede non è un possesso definitivo, non è una certezza acquisita una volta per tutte: essa partecipa dell’insicurezza che caratterizza la libertà della persona e per questo nel cuore di ogni credente c’è una certa simultaneità di fede e di incredulità, come ci testimonia anche il Vangelo di Marco a proposito del padre del bambino epilettico che si rivolge a Gesù in questi termini: «Credo, aiutami nella mia incredulità!» (Mc 9,24). Il dubbio fa parte del credere, quindi la precarietà, l’incertezza fa parte della fede: ogni giorno la fede si rinnova vincendo il dubbio, accettando di non sapere, decidendo di acconsentire liberamente a una promessa, vivendo come pellegrini mai residenti, sentendosi non soli ma insieme ad altri, come in una carovana.

Se la fede è un dono di Dio che deve essere accolto dall’uomo, proprio perché è l’essere umano a credere, allora è anche un atto umano, un atto della libertà della persona che risponde al Dio che parla: «Non è Dio, ma l’uomo che crede», ha affermato giustamente Karl Barth. Così la fede è una scelta della persona che coinvolge tutto il suo essere, manifestandosi come un atto umanissimo e vitale, teso alla vita; è entrare in una relazione, in un rapporto vivo con un altro. Fede è dire: «Amen, è così; io aderisco, faccio fiducia, mi fido di qualcuno». Quando parliamo di fede, non dobbiamo pensare immediatamente al credere in alcune verità, in determinati dogmi (è quella che i teologi definiscono fides quae); dobbiamo invece pensare la fede come quell’atto, di cui ci testimoniano le sante Scritture, che consiste nel mettere il piede sul sicuro (cfr. Sal 20,8-9; 125,1; Is 7,9), nell’affidarsi come un bambino attaccato con una fascia al seno di sua madre (cfr. Is 66,12-13), sicuro in braccio a lei (cfr. Sal 131,2). La fede ritrova allora la sua dimensione di necessità umana. Potremmo dire che non ci può essere autentica vita umana, umanizzazione, senza fede.

Noi esseri umani, a differenza degli animali, usciamo incompiuti dall’utero materno, e per venire al mondo e crescere come persone abbiamo bisogno di qualcuno in cui mettere fede-fiducia. Riflettiamo su quante azioni della nostra vita dipendono dal nostro avere fede… È possibile crescere senza avere fiducia in qualcuno, a partire dai genitori? È possibile iniziare a percorrere una storia d’amore senza avere fede nell’altro? È possibile costruire legami solidi senza fondarli sulla roccia della fiducia nell’altro? Sì, in tutta la vita dobbiamo avere fede, fare fiducia, credere a qualcuno.

Quando accediamo alla pienezza delle relazioni, in quelle più personali e intime come in quelle sociali e pubbliche, dobbiamo fidarci, fare credito all’altro. In breve, non si può essere uomini senza credere, perché credere è il modo di vivere la relazione con gli altri; e non è possibile nessun cammino di umanizzazione senza gli altri, perché vivere è sempre vivere con e attraverso l’altro. È proprio in ragione di questa «umanità» della fede, che possiamo leggere l’attuale crisi della fede come innescata dalla crisi dell’atto umano del credere, un atto divenuto difficile e sovente contraddetto. Abbiamo difficoltà a credere all’altro, siamo poco disposti a fare fiducia all’altro, non osiamo credergli fino in fondo. Lo constatiamo ogni giorno: perché si preferisce la convivenza al matrimonio? Perché è diventata così difficile la storia perseverante nell’amore? Perché così spesso soffriamo a causa della separazione, del venire meno dell’alleanza nell’amore umano o dell’alleanza stretta all’interno di una vita comunitaria? La verità è che non siamo più capaci di porre, nella nostra vita, l’atto umano del credere. E in questa situazione di estrema precarietà, come poter ritrovare una fede salda? Forse proprio ricominciando ad aver fiducia nelle più banali situazioni quotidiane, forse proprio nel porre davanti a Dio l’incertezza che caratterizza il nostro vissuto, forse nell’abbandonarci fiduciosi nelle mani di colui che Gesù di Nazaret ci ha insegnato a chiamare «Padre».

Enzo Bianchi sulla precarietà della fede al festival filosofia 2010 – Sassuolo / art. da Avvenire 19 set 2010

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