Uomini di Dio

Uno degli elementi che possono spiegare il successo anche di pubblico per un film impegnativo come Uomini di Dio è l’efficacia e il realismo con cui riesce a rappresentare la vita di una comunità, umana prima ancora che monastica. La vita comunitaria, intesa in profondità e in ogni sua forma, può infatti ricordare a tutti gli uomini e le donne in quanto tali alcune istanze fondamentali, nonostante la nostra cultura dominante, privilegiando l’individualismo e tutto ciò che lo nutre (il possesso, la proprietà, la cura degli interessi privati…), sembri congiurare contro la comunità. Anni fa Zygmunt Bauman scrisse un libro intitolato significativamente Voglia di comunità, ma questo desiderio di comunità, almeno nel nostro occidente, è poco attestato, perché manca l’elemento indispensabile per il suo dispiegarsi: l’aspirazione a una convergenza, alla ricerca di un orizzonte comune nella società e nella polis, sulla quale prevalgono invece altre logiche.

Del resto, vi è anche qualche rischio insito nell’uso del termine «comunità», quando è inteso in riferimento a una realtà animata da interessi identitari: si cerca cioè una comunità di simili o di uguali, nella quale non si privilegia la pluralità, la differenza, l’alterità, ma piuttosto la somiglianza, o meglio l’identità. In questo caso dietro il paravento del discorso comunitario si cela una realtà assai pericolosa, che si nutre di fondamentalismo, di integralismo, di intolleranza nei confronti del diverso: tutto ciò conduce a derive settarie, non all’ampio orizzonte della comunità.

Ora, quando usiamo la parola «comune» e il sostantivo «comunità», affermiamo una realtà che è il contrario di «proprio», di «proprietà», di appartenenza individuale. Se riandiamo alle origini della questione come la si è impostata nella cultura occidentale, possiamo notare che la koinonía della cultura greca e poi del Nuovo Testamento è una realtà in cui tutto è messo in comune: tutti partecipano a una realtà che appunto è comune, e in cui ognuno è koinonós, partecipante, comunicante con altri, è parte di un tutto del quale gli altri pure sono parte, in una logica di scambio, di accoglienza reciproca, di edificazione di un progetto comune.

Ma la parola «comunità», communitas, può essere fatta risalire anche a cum-munus, nel doppio significato di «dono» e, nel contempo, di «dovere» comune: la comunità come condivisione del dono, del dovere, della responsabilità. Come ricorda Roberto Esposito, la communitas non fa accedere a una proprietà, ma anzi espropria i membri della comunità della loro proprietà più propria: essi devono uscire da se stessi, devono sentirsi mancanti, «donati a», aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella communitas significa condividere con gli altri, esporsi all’altro: movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono virtù della dipendenza riconosciuta e virtù di un agire razionale indipendente.

Insomma, la comunità – da quella più ristretta di una condivisione totale di vita, a quella famigliare, a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana costituita dall’intera umanità – è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un di più, ma da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. Ora, questo debito, che è anche sempre un dono, non è un debito di qualcosa innanzitutto, bensì un debito che comporta un dare se stessi. Se si vuole comprendere in profondità che cos’è e come si origina una comunità, occorre essere consapevoli che in primo luogo occorre dare la propria presenza agli altri, fino a dare loro la propria vita. Detto altrimenti: se una comunità non vuole incorrere in derive patologiche – alle quali è esposta, essendo un corpo vivente, come ogni corpo individuale – deve porre come suo principio fondamentale un movimento in cui ciascuno si dispone a donare all’altro la propria presenza. Ci sono due affermazioni del Nuovo Testamento illuminanti in proposito: “Non abbiate alcun debito verso nessuno, se non quello dell’amore reciproco” (Rm 13,8) e “Non c’è amore più grande che dare la propria vita per quelli che si amano” (Gv 15,13).

Per entrare nella communitas occorre sentire la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo nelle prime pagine del «grande codice» della Bibbia, là dove si dice che l’umanità ha avuto inizio attraverso legami e relazioni, all’interno dei quali vi è anche la possibilità dell’omicidio del fratello. Dopo che Caino ha ucciso Abele, si sente chiedere da Dio: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Questa domanda interroga ciascuno di noi sulla sua capacità di essere custode, responsabile dell’altro. Ovvero, ogni uomo deve sempre sapere dove si trova l’altro, deve sapere dove egli si colloca rispetto all’altro, se in un rapporto di vicinanza oppure di estraneità. Chiedere: «Dov’è tuo fratello?», equivale a chiedere: «Tu hai il volto rivolto verso di lui, per sapere dove sta? Tu guardi l’altro?».

Ecco uno dei punti cruciali per capire da dove può nascere la comunità: essa nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro e tale deve rimanere, l’altro è unico, tra io e tu c’è un’irrimediabile distanza; nel contempo, però, io e l’altro, io e tu siamo chiamati alla relazione, al dialogo, all’accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno verso l’altro: di fronte all’altro devo deporre la sovranità del mio io per poterlo incontrare e con lui poter dire «noi». L’altro con la sua alterità crea in me un timore, la relazione con lui è sempre un rischio e la sua presenza si impone accanto a me. Ma io posso incontrarlo o rifiutarlo, posso avvicinarlo o escluderlo: se lo avvicino gli riconosco la vita, se lo escludo è come se lo dichiarassi morto.

È in questo senso che va compresa l’importanza, per la dinamica di qualunque tipo di comunità, del donare la propria presenza. Dalla mancanza di presenza nascono invece le patologie di ogni forma di vita comunitaria, a partire da quella famigliare: dove viene meno la disponibilità a dare la propria presenza, la dinamica comunitaria è incapace di fecondità, resta sterile e debole. All’interno di questo dare la propria presenza sta il dare ascolto all’altro. Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro dell’accoglienza decisiva: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona. Questo essere presente all’altro è inoltre sempre anche dono del tempo: attendere l’altro, «sacrificare», «fare sacrificio» del proprio tempo, il che in ultima analisi significa fare sacrificio della propria vita.

Questa responsabilità, questa apertura all’altro che accende la fraternità è necessaria perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, del suo volto che è segnato dalla morte come il nostro. L’altro che mi sta di fronte ha questa comunione radicale, originaria con me: siamo esseri umani, provvisori, mortali, siamo piccola cosa, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di senso, di quel senso minacciato dalla morte. E solo la relazione, la comunione, la fraternità, l’amore possono lottare contro la morte e dare senso a ciascuno di noi… Fjodor Dostoevskij ha avuto il coraggio di scrivere: «Ognuno di noi è responsabile di tutto e di tutti davanti a tutti, e io sono più responsabile degli altri». Ecco la vera via dell’umanizzazione, quella «responsabilità» per l’altro – ci ha insegnato Emmanuel Lévinas – che è «la struttura essenziale, primaria e fondamentale della soggettività». Io sono in quanto sono per gli altri ed «essere» ed «essere per gli altri» sono in pratica sinonimi. Io non esisto senza un tu, un voi: sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama.

Ciò che è più mio è detto dall’altro, riconosciuto dall’altro, sicché io ho bisogno dell’altro per vivere: mai senza l’altro! Ecco dove nasce la communitas: «io ho bisogno di te», e quando dico di non avere bisogno dell’altro lo uccido e, nello stesso tempo, uccido la communitas. Servendoci del linguaggio neotestamentario, potremmo fare nostre le parole usate dall’Apostolo nella Prima lettera ai Corinti, quando egli afferma che nessun membro del corpo comunitario può dire di non avere bisogno di un altro membro (cf. 1Cor 12,21): ciò equivarrebbe a sancire la propria non appartenenza al corpo; anzi, sarebbe la negazione del corpo vivo, di ciò che si è. E Giovanni si spingerà addirittura fino a dichiarare che chi non ama il proprio fratello è un omicida (cf. 1Gv 3,15).

Nell’attuale contesto culturale, in cui si è perso il senso fisico della prossimità, a maggior ragione va smarrendosi anche la prossimità intesa come responsabilità, come responsabilità fino all’estremo, come «responsabilità della responsabilità altrui». Oggi all’interno della cultura dominante si assiste invece al culto dell’io autarchico, vige una vera e propria egolatria, in cui tutti i desideri individuali diventano bisogni da soddisfare immediatamente, a ogni costo. In questa situazione si finisce per negare ogni convergenza sociale, si è incapaci di elaborare un progetto politico finalizzato al bene comune: vige la legge dell’«ognuno i propri interessi». Dopo la fine di quelle ideologie che portavano con sé un carico di morte e di negazione di libertà, per la quale abbiamo giustamente esultato, che cosa abbiamo costruito? Non tanto e non solo la «società liquida» così ben descritta da Bauman, ma una società segnata da concorrenza, da disgregazione, da opposizione, nella quale non siamo nemmeno più capaci di parlarci senza ricorrere ai toni della barbarie…

Allora il cammino della comunità, così controcorrente rispetto alla cultura dominante, è sì un cammino cristiano – e monastico, come ci ricordano i fratelli di Tibhirine – ma in radice è un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini: l’umanità infatti è una, e ogni essere umano o si colloca in una comunità, in relazione con altri, e allora si “umanizza”, oppure sperimenta quel cammino individualistico che ha come unico esito possibile la barbarie. Né si dimentichi che l’orizzonte della communitas è sempre aperto al futuro: ogni essere umano prima o poi se ne va, ma dopo di lui restano i figli, resta quella comunità costituita dalle nuove generazioni. Ecco perché pensare e costruire la comunità significa lavorare per la qualità della vita di chi verrà dopo di noi. E un giovane che comprende il suo essere debitore verso chi lo ha preceduto, sente a sua volta di avere una responsabilità nei confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera. Questa è una via attraverso cui è possibile scoprire e assumere l’etica, che è sempre un costruire insieme la communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà; in modo da godere insieme della pace e della vita piena, fino a poter sperare insieme.

Enzo Bianchi

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