La bresaola, quella buona

– buon anno –

– – – – –

Ecco il commento di un amico, con leggera serietà:

Che dire? La sceneggiatura è un po’ carente nello sviluppo della trama, la regia ha solo alcuni momenti che ricordano il primo Bergman, in compenso il montaggio aggiunge ritmo all’azione e la fotografia volutamente fredda e priva di sfumature è senza dubbio un omaggio al neorealismo italiano degli anni ’50. La colonna sonora ricorda lo sperimentalismo minimalista di John Cage, anche se non mancano evidenti riferimenti anche alla tradizione melodica nazionalpopolare (Pupo, o ancora di più Toto Cutugno). In compenso, la performance di Marco, con la sua freschezza e spontaneità, permette alla storia di virare da una situazione di chiara denuncia sociale (lo spaccio di bresaola contraffatta è una piaga tra le più odiose, soprattutto in Valtellina) all’esaltazione dei valori cardini della nostra società (il focolare domestico, la coppia eterosessuale come fondamento della vita sociale, il matrimonio come ambito privilegiato in cui vivere la propria sessualità). Degno di nota è anche lo sguardo ammiccante della sequenza finale, che, lungi da quella volgarità ormai tipica delle pubblicità odierne, suscita invece nello spettatore un sentimento di casta sensualità.

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