Santo Subito xké?!

Al festival di fotografia europea… c’è una mostra dedicata al papa, la papa-mobile dell’attentato e nei vari convegni hanno disquisito più volte di argomenti papali. Tra cui Giovanni Paolo II, santo subito come vogliono le voci acclamanti. Di Alberto Melloni è il libro sulle sue 5 perle, di cui ha ragionato con Enzo Bianchi, che ne ha condivise e sottolineate anche altre.

Era un papa al di là dell’etichette, era un uomo della tradizione, non ha fatto fare balzi in avanti. Ci sono tuttora problemi che attendono di essere affrontati. I suoi gesti sono sempre stati preceduti da parole, non si possono dimenticare.

Ad esempio la preghiera di Assisi per la pace e il dialogo interreligioso, fu una preghiera “simultanea”, non una preghiera “comune”.

Particolare rilievo è stato dato alla posizione di Giovanni Paolo II sul ministero petrino, o per meglio dire sul ruolo del papa. Al paragrafo che volle far aggiungere all’enciclica “Ut unum sint” quando già era pronta, in cui esprime chiaramente l’idea che il papato come esercizio del potere non faccia parte della fede, e che questo sia di ostacolo per l’unità dei cristiani. E invita a una discussione per trovare una forma più appropriata dell’esercizio del ministero del vescovo di Roma.

Ut unum sint – cap III, § 88/96

88 – Tra tutte le Chiese e Comunità ecclesiali, la Chiesa cattolica è consapevole di aver conservato il ministero del Successore dell’apostolo Pietro, il Vescovo di Roma, che Dio ha costituito quale “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità”, e che lo Spirito sostiene perché di questo essenziale bene renda partecipi tutti gli altri. Secondo la bella espressione di Papa Gregorio Magno, il mio ministero è quello di servus servorum Dei. Tale definizione salvaguarda nel modo migliore dal rischio di separare la potestà (ed in particolare il primato) dal ministero, ciò che sarebbe in contraddizione con il significato di potestà secondo il Vangelo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27), dice il Signore nostro Gesù Cristo, Capo della Chiesa. D’altra parte, come ho avuto modo di affermare nell’importante occasione dell’incontro al Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra, il 12 giugno 1984, la convinzione della Chiesa cattolica di aver conservato, in fedeltà alla tradizione apostolica e alla fede dei Padri, nel ministero del Vescovo di Roma, il segno visibile e il garante dell’unità, costituisce una difficoltà per la maggior parte degli altri cristiani, la cui memoria è segnata da certi ricordi dolorosi. Per quello che ne siamo responsabili, con il mio Predecessore Paolo VI imploro perdono. (…)

95 – Tutto questo si deve però compiere sempre nella comunione. Quando la Chiesa cattolica afferma che la funzione del Vescovo di Roma risponde alla volontà di Cristo, essa non separa questa funzione dalla missione affidata all’insieme dei Vescovi, anch’essi “vicari e delegati di Cristo”. Il Vescovo di Roma appartiene al loro “collegio” ed essi sono i suoi fratelli nel ministero.

Ciò che riguarda l’unità di tutte le comunità cristiane rientra ovviamente nell’ambito delle preoccupazioni del primato. Quale Vescovo di Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente Lettera enciclica, che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova. Per un millennio i cristiani erano uniti “dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina”.

In tal modo il primato esercitava la sua funzione di unità. Rivolgendomi al Patriarca ecumenico, Sua Santità Dimitrios I, ho detto di essere consapevole che “per delle ragioni molto diverse, e contro la volontà degli uni e degli altri, ciò che doveva essere un servizio ha potuto manifestarsi sotto una luce abbastanza diversa. Ma […] è per il desiderio di obbedire veramente alla volontà di Cristo che io mi riconosco chiamato, come Vescovo di Roma, a esercitare tale ministero […]. Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri“.

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