La vera storia di Zeta

C’era una volta un essere. Razza umana. Nato diversi anni fa.

In quel tempo la razza umana si divideva in due, una parte maschi, l’altra femmine. Questo essere era uno dei maschi. Tra questi, apparteneva alla tribù dei rivaltesi, gente nota per un tatuaggio a sagoma di fulmine tra le scapole. Veniva loro fatto alla nascita perché si ricordassero sempre di esser dei fulminati, così da potersi prendere poco sul serio nei giorni a venire.

Per comodità lo chiameremo Z, zeta come zorro, così potrà usare una spada per firmarsi. Zeta crebbe forte e sano, divoratore di libri in particolare il grande Almanacco Trivial… e fu così che divenne ben presto un riferimento per i componenti della sua tribù in materia di Cultura Generale. Un’arcana disciplina che solo pochi stregoni erano in grando di esercitare con altrettanta maestria.

Crescendo allargò i suoi orizzonti e varcò i confini del villaggio dei fulminati per capire come fossero i forestieri. Prima di questo però, sarà importante sapere che in un momento preciso della sua vita, Zeta incontrò il frutto, o meglio la mela, del peccato. L’altra parte della razza umana, le femmine. Frutto del peccato perché Zeta incontrandole divenne triste in volto e disse “Peccato! Non sanno giocare a calcio, sono debolucce, non guardano i film dove la gente si ammazza, hanno pensieri contorti… questa parte della razza umana sembra inutile.”.

Tra i forestieri con cui strinse legami di un certo rilievo possiamo ricordare il clan dei reggiani, che al suo interno racchiudeva diverse tribù – quella dei sessesi, dei san prosperini, dei cittadini, genti di fiume e genti dei monti. La terra forestiera affinò il suo gusto e fortificò il suo animo, divenne forte come una quercia. Radicato come una quercia. Imponente come una quercia. Serio come una quercia. – O forse questo è come sarebbe potuto diventare, ma nonostante fosse entrato in contatto con chierici di alto rango… Zeta preferì sempre la stregoneria.

E fu così che un giorno una delle femmine, forestiera per di più, andò da Zeta e gli regalò un fiore. E come si sa, da cosa nasce cosa… ecco qui non ci dilunghiamo su cosa nacque da quel fiore perché ora Zeta è zio, e questa storia devono poterla leggere anche i suoi nipotini. Zeta incontrandola divenne felice in volto e disse “Peccato! Questa parte della razza umana continua a sembrarmi inutile, eppure sento che la chiave del mio cuore è nelle loro mani. Come per un lucchetto“. Nel frattempo, gli amici di Zeta – gente fine e attenta – avevano notato che in realtà Zeta, nonostante si lamentasse della componente femminile, pareva fosse succube e ipnotizzato da un incantesimo nel quale esse eccellevano. Quindi continuò a chiamare le femmine che incontrò “frutto del peccato”… però andava concentrandosi sempre più sul frutto che sul peccato.

Ora Zeta è un uomo fatto, porta ancora in sè l’allegria di bambino e ha in nuce la vita di un grande condottiero. Ogni tanto si ricorda dell’Uomo Nero, suo acerrimo nemico… e ha un briciolo di paura. Ma contando sugli altri membri della razza umana con cui ha intessuto legami sa che ce la farà. Diverrà un rappresentate del clan dei fulminati di cui si narreranno le gesta nei secoli a venire, della tribù dei rivaltesi.

E guardandosi allo specchio nel giorno del suo compleanno Zeta disse “Peccato! Son così bello che mi tromberei da solo”.

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