Il signor Raj e mister King

delhi

Delhi 10/08/13

Siamo partiti ieri, scalo a Dubai dove tra suggestione, immagini e racconti pare di essere stati per un poco al gran luna-park, al paese dei balocchi dei ricchi della terra, perlomeno verso Oriente.

Oggi siamo a Delhi, una città che suona prima di tutto, clacson ininterrottamente e continuamente. Da mattina a sera senza fine. Come se l’andar per strada fosse un fatto relazionale oltre che di mobilità, dove è importante affermare la propria presenza come segno di realtà. Per non disperdersi nel gran formicaio.

Ci aggiriamo per le vie come mosche bianche che si notano da lontano. Tentiamo di entrare in una grande moschea ma pare che qui i turisti li vogliano fottere, o così crediamo noi. Quindi lasciamo perdere questo costrutto rossastro senza raffinatezza estetica e saliamo sul bus verso il luogo della memoria, il parco dedicato a Gandhi.

Sotto ogni ponte brulica la miseria umana che nemmeno si cura più del proprio degrado. Alcuni bambinelli fanno le acrobazie tra le macchine, infanti eppure autonomi per sopravvivenza.

Ma sotto quel ponte grande, quello dello svincolo dove lo spiazzo è più ampio, ci sono innumerevoli corpi semivestiti come accatastati lì dai giorni che passano tirando a campare. E c’è lui, quel signore scarno che gioca a carte col suo compare tra la polvere umidamente torrida. In quel gesto così famigliare, come dello strozzare con slancio nella briscola, gli passo accanto e lo noto. In un istante, per un attimo, abbiamo vissuto lo stesso luogo sudicio e di vita. Sì, abbiamo abitato assieme sotto quel ponte a Delhi, per qualche secondo. Come mettere in comune vite che nulla hanno di comune. Io sono già oltre, a guardare i colori dei sari che passano. Eppure so che una parte di me ha abitato sotto quel ponte. Col signor Raj, lo chiameremo così per dargli un nome, lui che con una carta mi ha raccontato la vita sua e di molti come lui, popolo dei cenci.

Il parco di Gandhi non è male ma il caldo annebbia ogni idea, salvo il gesto imposto di togliersi le scarpe come su suolo sacro, che ridà senso e solennità a quella pietra nera. A partire dai piedi.

Poi in un piccolo gruppetto decidiamo di andare a piedi. Andare per le vie che si fanno vicoli e sentierini scuri tra i quartieri colorati e chiassosi dei palazzacci di periferia. Ivo e Walker con l’ingresso di Flavio fanno il club fotografico. Scattano una foto al signor King, chiamato così per via del suo regale turbante, che decide di offrirci una torta e trascinarci a casa sua per darci anche da bere. Coglie l’occasione per farci conoscere a sua moglie, a sua figlia e a mezzo quartiere che un po’ ci fa piacere un po’ ci dice chi-va-là. Nel frattempo abbiamo conosciuto uno di qui che però vive in Austria e mi ha detto in italiano – Io europeo come te! –. Siamo passati per un campetto attraversando un match di cricket, dopo aver calcato l’intralcio delle assordanti percussioni che nel vicolo facevano convulsamente danzare gli invitati forse a un matrimonio.

Nel mentre abbiam trovato un caffè in un barettino con una temperatura polare e risalito il grande viale tra apecar camion pullman tuk tuk risciò macchine e tutto quel che è passato. Il caos e lo smog, la vita brulicante e i micro commercianti, tante piccole occupazioni forse inutili… ci sono gli accenni della grande capitale orientale, qualche eco di Phnom Penh… ma più tristi negli ammassi di umanità accoccolata tra i piloni di cemento. La luce scende verso le sette e mezza, qui il fuso è sfasato anche di mezzora (3,5 ore dall’Italia). Il pollo tandoori è parecchio buono e il naan, questa focaccia parente della pasta da pizza, ancora di più. E va da sé, lo stereotipo del fachiro barbuto che incanta il cobra al ritmo del suo ancheggiante flauto strascicato è piacevolmente impressionante. Siamo in India quindi.

5 thoughts on “Il signor Raj e mister King

  1. Mr Pigiama, riesci sempre a sorprendermi. Ma quando le hai pensate queste cose qui???!!! Bello, bello, bello!😉

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