Turchese come la calce

jodphurJodphur 19/08/13

Questo è il secondo giorno qui alla città blu. Ieri sulla via ci siamo fermati a un tempio gianista, niente oggetti in cuoio, braghe corte, e donne mestruate all’ingresso. Una raffinatezza compositiva tutta nuova in questo marmo bianco dai pizzi divini. Livelli su livelli, millequattrocentoquarantaquattro colonne una più intarsiata dell’altra, meraviglia in pietra. Immagino il cantiere e la vita, quando qui il ritmo era pieno.

Ma Jodphur è blu, un blu chiaro ma acceso, pastello ma luminoso. Non è propriamente una scelta estetica ma un additivo aggiunto alla calce dei muri per combattere termiti e insetti vari. Le case qui non sono solo blu, sono anche case. La città appare più moderna nel suo dispiegarsi per strade e vicoli. Un cartello però recita “Qui cibo igienico – e sotto tra parentesi – solo per turisti”. In alto sta il forte, enorme, organizzato con audio guida e numerini, caffè e negozietto con commesse eleganti vestite di un delicato rosa pesca. Tra i quadri delle sale c’è una strana scena equestre dal tratto nettamente occidentale tra le varie miniature orientaleggianti, come Carletto – da oggi detto Pinocchio – sa bene*.

Nella sala delle udienze si siede a terra su paffuti cuscini, tra le armi c’è quella di Bruce Lee – o meglio del cattivo di Bruce Lee – ne I tre dell’operazione drago. Dal forte è comodo scendere alla piazza del mercato dove troneggia la torre dell’orologio. Qualche acquisto tra i commercianti, consapevoli del marchio che abbiamo addosso cucito da turista dell’occidente. Siamo diffidenti ormai, sempre… è la condizione dell’immigrato che non è a casa propria. Ci sorbiamo la lezioncina a fuoco per riconoscere la differenza tra seta pura, cotone, viscosa, plastica, misto lana e stoffe varie.

Incensi e spezie. La strada e i negozietti consigliati dalle guide che il piccolo mercanteggiante chiede di segnalare su trip advisor… la tecnologia si insinua anche tra le bancarelle polverose. Gente sospesa tra l’opulento potere di un marajà e il sudiciume di un cadaverico corpo a testa in giù dentro l’acqua di scolo che scorre nella fogna a cielo aperto di un vicolo, tra le mosche. Per cena sostiamo in un buon ristorante con terrazza a vista forte da un lato, torre dell’orologio dall’altro. Addirittura ci servono una birra in questo mondo vegetariano.

Intanto le avventure di Gaia proseguono, ora siamo in Scozia appresso al palestrato svedese, Erry è diventato toy-boy da piscina… il tutto sigillato nell’aforisma “Datemi un muscolo e non capisco più niente”. L’Eli parla spagnolo. I bidi, foglie arrotolate di chissachè, da fumare fanno abbastanza schifo.

‘notte

– – –

* Si rimanda all’aneddoto dell’acquisto di una famigerata stampa in un famigerato sottotetto in quel di Jaipur ad opera di Carletto.

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