On the way to Kraków Główny

cracovia

19/06/14 – Kielce (PL)

ON THE WAY TO KRAKOW GLOWNY
riflessioni di glottodidattica

Vai da straniero, solo, in un paese dove non parli la lingua. Non capisci ciò che ti dicono, non capisci ciò che leggi. Se manca il mondo delle macchinette automatiche con l’opzione “inglese” sei forzato alla relazione da incompreso.
Se ti aspetti di non essere capito e di non capire, quando ciò accade è l’eccezione, lo straordinario, l’incredibile. Ne sei grato.
Di polacco sapevo circa 10 parole e 2 frasi, pronunciate male per di più. Con quelle poche parole mi provavo di esprimere tutto. “Buongiorno” era una parola che allungavo sulle vocali, sapevo di avere solo quella per presentarmi e tentare di predisporre il mio interlocutore ad un ascolto benevolo. Alla replica che ne seguiva e non capivo offrivo un sorriso un po’ ebete un po’ interrogativo che diceva il mio bisogno prima di comprensione poi di aiuto.
Chiedere comprensione quando tu sei il primo a non saperti spiegare sembra folle, eppure capita. Alla stazione non capisci bene quali treni sono in orario, quali soppressi, cosa succede e cosa no. Per di più che quelli segnati in colore rosso sono OK invece che KO, come un semaforo al contrario.
Con solo il nome della mia destinazione e qualche gesto chiedo a una ragazza nell’atrio l’orario del treno, se è confermato… o meglio, queste erano le informazioni che cercavo di chiedere. Non se ne va come l’altro signore sibilando sottovoce qualcosa che probabilmente era “scusa ma non ci capiamo”. Mi risponde, intuisce che non capisco, mi accompagna a un tabellone e mi dice come leggerlo… cosa significa cosa. E’ il miracolo dell’inaspettato, la rivelazione. Le offro il mio “grazie” migliore, ampio sorridente abbracciandola con tutto il mio sguardo. Le devo essere sembrato qualcuno a cui è appena stato svelato che la terra è sferica e non piatta, più che l’orario di un treno in stazione.
Molto sorpresa, si è accesa sfoderando un suo “prego” stupito e brillante. Mi sembrava contenta.
Per assurdo immaginavo la stessa scena nel mio paese, nella mia lingua. Se avessi cercato di sapere le stesse cose usando solo tre parole e due sorrisi. O se avessi ringraziato qualcuno guardandolo e sorridendogli, per il semplice fatto di avermi indicato un orario.
Ebbene credo che la forza della mediazione sia più o meno simile a questa. L’offerta di un’occasione in cui il comprendere e l’essere compresi da inaspettato si fa possibile. E “ora ho capito” diventa una rivelazione così potente che tornato a casa per la disponibilità di uno dirai che quel popolo è gentile e ospitale, che in quel paese tornerai volentieri perché è una terra sorridente.

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