Eppur si muove, qui si muove

manifestos

Giorno XXII – Santa Cruz

Ora su questa panchina di Santa Cruz, tra l’aria un po’ più umida e la brezza… sono gli ultimi attimi di Bolivia. Sul volo da Sucre a qui sedevo lato finestrino, ho visto i canyon e le Ande farsi cime sinuose ammantate di verde e sedotte di fiumastri color melma che si addentrano nella serra, quelle che il Che descrive giorno dopo giorno nel suo diario, che legge Ginger ora.

Tempo inquieto, muoversi è dell’inquietudine. E ora siamo in viaggio, verso Santiago del Cile, ma di ritorno alla quotidianità europea. Niente più insegne pittate per le elezioni e per i negozi, non si vedranno più città in espansione, il paese che si sviluppa, la terra che cresce. Il gas da far arrivare nelle zone remote, la campagna per la sensibilizzazione al latte materno con cortei e canti, le strade non ancora asfaltate, l’aratro lento al passo dei buoi. La sobria umiltà di chi si sente più piccolo e al contempo la spavalda dignità di chi conosce che questo è il suo posto e il suo tempo.

Non so ancora se l’Europa sia il mio posto e il mio tempo. Victor Hugo diceva che della Bolivia non cambierebbe niente, io forse dell’Europa, non so. In ogni caso il dinamismo dello sviluppo è qui. Non sempre nella direzione buona, magari segnato da errori, eppur si muove. Al ritmo della Pachamama. Ora vado incontro all’aereo per il Cile, inquieto come chi si muove, come chi non sa dove posare il capo.

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